I risultati di Forza Italia alle elezioni europee sono stati inferiori alle attese. Ma non è un dramma. Nulla di ineluttabile. Lo scenario politico appare caratterizzato dalla estrema volubilità di tutti i bacini elettorali europei. Se quello trascorso è stato definito “il secolo breve”, il nuovo millennio corre rapidissimo. Solo la crisi è lunga e lo sarà ancora.
I voti di Renzi sono liquidi, il surplus rispetto alla solida base della sinistra viene dal centro, completamente inghiottito dal Pd. I moderati, infatti, tra cui anche alcuni in arrivo dalle nostre file, hanno accettato la semplificazione interessata, proposta da tutti i media, per cui si sarebbe trattato di una partita a due.
Molti che hanno votato per il Pdl nel 2008 e nel 2013, dinanzi a una competizione dove Forza Italia pareva contar poco sono rimasti a guardare chi vinceva tra Renzi e Grillo, oppure hanno preso la strada di Renzi.
In realtà, grazie a noi si è palesato in pieno il pericolo rappresentato da Grillo. Questo ha certamente aiutato la vittoria di Renzi, ma nel medio periodo di ciò trarrà giovamento non solo la democrazia in Italia ma lo stesso centrodestra.
Il prossimo confronto elettorale avrà noi per protagonisti. Grillo non è in grado di strutturarsi e consolidarsi oltre un certo livello. Non gli è riuscito di afferrare la storia al volo, e quella occasione non ritornerà probabilmente più.
La sfida adesso è sulle “grandi riforme”. E aggiornare per questa via la nostra offerta politico-programmatica, riallacciando i rapporti con le rappresentanze di tutte le categorie sociali e produttive e i corpi sociali intermedi.
Le grandi riforme oggi hanno tutte, nessuna esclusa, un carattere istituzionale, e una valenza decisiva per la crescita e la modernizzazione del paese.
Come si può riformare il Senato, chiamandola riforma costituzionale, e ritenere ordinaria la riforma delle riforme, cioè quella della giustizia? Impossibile. E così il Jobs act, la riforma del fisco, quella della Pubblica amministrazione, ecc..
La crisi italiana, ben più grave di quella che traspare nel confronto con gli altri Paesi, nasce dall’intreccio perverso che si è determinato tra economia ed istituzioni, tra organizzazione sociale e condizionamenti di carattere internazionale.
Adesso la discussione deve essere su tutto questo e non solo sulla riforma del Titolo V, sul superamento del bicameralismo perfetto e sulla Legge elettorale. Nell’agenda già compilata dobbiamo inserire i capisaldi delle riforme:
– del lavoro, per combattere una disoccupazione ormai intollerabile e rilanciare la produttività e la competitività del Paese;
– della Pubblica amministrazione;
– della giustizia;
– del fisco.
In definitiva, della riforma dello Stato. Quella strategia che noi non abbiamo potuto realizzare, quando quella responsabilità ci era stata attribuita dagli elettori, a causa di un’ostilità, tutta ideologica, della sinistra.
Bisogna porre fine a quella guerra civile, seppure incruenta, che ha caratterizzato il tempo della seconda Repubblica, e trasformare finalmente, nel confronto civile tra forze politiche diverse, l’Italia in un paese pienamente inserito nel contesto delle democrazie occidentali.
Infine, è tempo di promuovere un referendum istituzionale sul presidenzialismo (il cui procedimento si potrebbe approvare con Legge costituzionale), che avrebbe i seguenti vantaggi: