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L’ATTRATTIVITÀ DELL’ITALIA PER I GIOVANI – RAPPORTO CNEL 2025 (Guida Sole 24 Ore)

 

LA GUIDA DEL SOLE 24 ORE

LE MAGGIORI EVIDENZE DEL RAPPORTO CNEL

L’EDITORIALE

«Si parla tanto dei giovani, ma con loro si parla ancora troppo poco». I giovani sono il futuro incarnato nell’oggi. Dei loro sogni, delle loro passioni, del loro modo di concepire il mondo, della loro apertura mentale, della loro energia e della loro voglia di sperimentare sono fatti i fili che compongono la trama e l’ordito dell’arazzo in cui è rappresentata la vita che verrà. Dai giovani, quindi, dipende come sarà il futuro di tutti noi. Allora, occorre avere molta cura dei giovani, trattarli bene, nel senso di coinvolgerli, dare loro opportunità, responsabilità, autonomia decisionale, fiducia. L’Italia lo fa? La risposta è sconsolatamente negativa. Lo dicono i dati sul tasso di occupazione e sulla percentuale di Neet (che includono i disoccupati), lo dicono le tante indagini demoscopiche, come quelle dell’Istituto Toniolo. Lo dice, soprattutto, la nuova ondata di emigrazione che è partita nel 2011, nel pieno della crisi dei debiti sovrani, e ha acquisito consistenza sempre maggiore, con una crescente quota di laureati, ossia il vertice del capitale umano, la punta di diamante e, tornando alla metafora dell’arazzo, i fili d’oro e d’argento che brillano nel tessuto e lo rendono, allo stesso tempo, luminoso e cangiante.

Le iniziative del CNEL

Per tutte queste ragioni, il CNEL ha deciso di realizzare il Rapporto «L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati». Non si tratta di un fatto isolato, un modo magari intelligente di partecipare all’ampio dibattito sulla questione giovanile. Si inserisce in uno dei principali ambiti che contraddistinguono l’attuale Consiliatura del CNEL, orientato a un rinnovato impegno verso le giovani generazioni, considerate sia nella loro specificità sia nel quadro più ampio delle dinamiche sociali, economiche e territoriali. Di questo filone possiamo citare, anzitutto, il Rapporto «Demografia e forza lavoro» presentato lo scorso autunno, curato dal consigliere CNEL, professor Alessandro Rosina, dal quale emerge come denatalità e invecchiamento della popolazione determineranno, nel prossimo decennio, una riduzione di circa 2,5 milioni di persone occupate. In secondo luogo, va richiamato il Rapporto «Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità», elaborato in collaborazione con l’Istat. Infine, ma non per questo di minor rilievo, l’introduzione del sistema di Valutazione d’impatto generazionale (Vig) degli atti e dei disegni di legge, approvati dall’Assemblea del CNEL, rappresenta un momento di particolare significato istituzionale. Le iniziative citate non costituiscono interventi episodici o estemporanei, ma sono parte integrante di una visione organica che abbiamo voluto racchiudere nel concetto di «nuovo patto generazionale», che ha l’obiettivo di valorizzare il ruolo delle nuove generazioni nello sviluppo e nella creazione del benessere del Paese. Una tappa fondamentale nella definizione del nuovo patto è rappresentata dall’ascolto diretto dei giovani, avviato nel giugno scorso, con l’obiettivo di individuare le priorità su cui concentrare il nostro impegno. L’intento è analizzare in modo organico e a 36o gradi il tema dell’attrattività dell’Italia per le nuove generazioni.

Denatalità e divario di genere

Esaminiamo più in dettaglio alcuni aspetti di quelle stesse iniziative. Le proiezioni sulla forza lavoro, per esempio, non sono l’unica ricaduta della «glaciazione demografica» che si sta estendendo a tutto il mondo, dalla quale l’Italia è stata interessata per prima, assieme a Giappone, Cina, Germania, Corea del Sud, solo per citare i principali casi. Si registreranno effetti significativi sulla domanda, sia in termini quantitativi sia nella sua composizione. Una conseguenza immediata e tangibile è la progressiva riduzione della popolazione giovanile: dai 15,2 milioni della metà degli anni Novanta si è passati ai 10,4 milioni del 2024, nonostante l’ingresso di quasi due milioni di giovani dai Paesi a basso reddito, in particolare esterni all’Unione europea. La causa è, ovviamente, la denatalità: nel 2025 toccheremo un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia, probabilmente scendendo sotto i 350mila neonati. Ancora all’inizio di questo secolo erano oltre mezzo milione. I pochi nati di oggi saranno i pochi giovani di domani. Una parte significativa di questi giovani va via: meno 441mila è il saldo migratorio cumulato dei quattordici anni 2011-24, più di quelli che nascono ogni anno. Se consideriamo il saldo del 2024, che è stato uguale a meno 61mila, è pari a un sesto dei neonati nello stesso anno. La parità di genere, seconda delle iniziative richiamate, rappresenta un tema di particolare sensibilità per le giovani generazioni. Molte giovani laureate lasciano il Paese alla ricerca di contesti in cui il divario di genere sia meno ampio, se non del tutto assente. Il loro numero supera quello dei coetanei maschi, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno. Come già menzionato, la valutazione d’impatto generazionale rappresenta uno strumento di grande rilievo, che meriterebbe di essere esteso a tutte le norme emanate dai diversi poteri legislativi del Paese e, per quanto riguarda Governo e Parlamento, integrato nelle relazioni tecniche che accompagnano i nuovi provvedimenti. La tutela delle future generazioni dovrebbe, infatti, essere riconosciuta come principio di rango costituzionale, analogamente a quanto sancito dall’articolo 9 in materia di tutela ambientale «nell’interesse delle future generazioni». Il risultato della valutazione d’impatto generazionale può essere reso immediatamente comprensibile attraverso un sistema ispirato a un semaforo: luce verde per indicare che le nuove norme valorizzano pienamente gli effetti sulle future generazioni, luce gialla quando questi effetti sono considerati soltanto parzialmente e luce rossa quando non vengono presi in considerazione. Un meccanismo trasparente, che consente di comprendere rapidamente la natura delle scelte legislative e di evitare che le conseguenze a lungo termine vengano trascurate. Tutto questo, però, non basta, non può bastare. Perché la constatazione che la denatalità fa diminuire i giovani, lo sforzo teso a chiudere l’enorme divario di genere e l’interesse convinto per le future generazioni rappresentano un ottimo inizio ma non risolvono la questione della scarsa attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati. Una scarsità che si traduce in un numero eloquente: per ogni cittadino giovane degli altri Paesi avanzati che decide di trasferirsi in Italia, nove giovani italiani emigrano verso quegli stessi Paesi. Un numero che varia molto tra Regioni e Province italiane, da un lato, e fra Paesi considerati, dall’altro.

Il valore dell’attrattività

Il Rapporto del CNEL offre, inoltre, un quadro dell’attrattività dei diversi Paesi europei avanzati, così come emerge dalle scelte migratorie dei giovani. L’Italia occupa una posizione particolarmente sfavorevole: l’ultima, nonostante la sua rilevante economia, che dovrebbe garantirle una quota significativamente maggiore dei flussi migratori intraeuropei. All’opposto, la Spagna, che è come l’Italia eccentrica e ha una lingua neolatina, è ai primi posti nella classifica, e lo è ancor di più tenuto della sua dimensione economica minore. Per tutte queste ragioni il CNEL intende dare vita a un gruppo di lavoro sull’attrattività dell’Italia per i giovani composto da tutti gli stakeholder di riferimento, a partire dai decisori istituzionali con l’obiettivo di pervenire alla costituzione di un vero e proprio osservatorio permanente. Come nella tradizione del CNEL, il Rapporto «L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati» non ha solo una finalità analitica, bensì ha anche obiettivo di riflessione, dialogo e confronto. Gli spunti contenuti nella parte conclusiva sono stati ispirati dall’ascolto dei giovani, attraverso tre sondaggi di opinione di cui si dà conto nelle pagine che seguono. Poiché non esiste una solo specifica causa dietro alla scelta dei giovani di andarsene, la soluzione non può che essere olistica e coinvolgere tutta la classe dirigente del Paese, pubblica e privata: i governi centrale e locali, l’università, le imprese, i sindacati. E quale miglior sede per discutere e avanzare proposte di policy se non il CNEL, dove sono rappresentati tutti i corpi intermedi e che ha rapporti costanti con tutte le istituzioni? Comunque, il primo e più importante passo per il successo di ogni politica di attrattività è fare in modo che i giovani comprendano, senza ombra di dubbio, che l’Italia ha realmente deciso di credere in loro. Non con parole ma con fatti. Da questo punto di vista, il Rapporto, con il suo apparato propositivo, è importante proprio perché ha coinvolto nell’ideazione e nella realizzazione le più importanti istituzioni del Paese. La posta in palio è molto alta. Non possiamo permetterci il lusso di far nascere, accompagnare, istruire, con passione e emozioni non meno che con un notevole impegno finanziario, persone che poi decidono di andare via perché non siamo capaci di dare loro quelle opportunità e quella qualità della vita a cui ambiscono e che altrove trovano. Diventare attrattivi per i giovani, infine, vuol dire sbrogliare la matassa dei ritardi culturali ed economici che abbassano lo standard di vita di tutti gli abitanti del Paese. Così il saldo migratorio dei giovani, compresi i cittadini degli altri Paesi avanzati, diventa la cartina di tornasole della capacità di affrontare e colmare quei ritardi. In questa prospettiva, partendo dai giovani e dalla creazione delle condizioni necessarie a rendere l’Italia un luogo ospitale e stimolante nel quale lavorare e vivere, l’attrattività si configura come un fenomeno a 360 gradi, esteso a tutti. Attrattività a 360 gradi significa, innanzitutto, saper trattenere i giovani italiani, evitando che emigrino a causa di divari troppo ampi nelle condizioni di vita e di lavoro rispetto ad altri Paesi. Ridurre questi divari favorirebbe anche il ritorno di una quota significativa di giovani che hanno lasciato l’Italia, non più solo per ragioni affettive, familiari o nostalgiche, ma perché la qualità della vita e qualità del lavoro nel Paese si è sensibilmente elevata, avvicinandosi o eguagliando gli standard dei principali Paesi europei avanzati. Infine, essere attrattivi per i giovani significa essere scelti dai migliori talenti da ogni parte del mondo, consolidando la posizione dell’Italia nella competizione globale dell’economia della conoscenza. Cosa e come fare per scalare queste posizioni? Il Rapporto CNEL, nella parte finale, propone alcuni spunti di discussione che sono raccolti in sei gruppi tematici: questione salariale, costo della vita – compreso quello abitativo, innovazione e ricerca, cultura del lavoro e meritocrazia, qualità della vita, semplificazione e incentivi al rientro dei giovani. Di seguito, alcune esemplificazioni.

Gli spunti di discussione

Poiché il livello delle retribuzioni in Italia non è cresciuto a sufficienza, il potere d’acquisto dei salari si è ridotto nel corso del tempo e in confronto alle altre economie europee, e questa riduzione incide negativamente sull’attrattività. A intervenire sugli andamenti salariali sono chiamate innanzitutto le Parti sociali, sia singolarmente sia collettivamente attraverso la contrattazione nazionale. Risposte efficaci, analoghe a quelle trovate nel recente passato per riequilibrare i conti con l’estero anche attraverso un atteggiamento moderato e prudenziale, sono da ricercare anche con riferimento a meccanismi di redistribuzione dei guadagni di produttività che tengano conto del merito, negoziando modalità trasparenti e giuste per la sua misurazione. Il policy maker potrebbe agire manovrando i criteri per l’accesso ai bandi pubblici e incentivando, con riforme prive di costi, la crescita dimensionale delle imprese. L’ingresso nel mondo del lavoro con contratti di stage e apprendistato dovrebbe essere ripensato per riportare queste fattispecie alle loro funzioni originarie. Nel costo della vita, l’abitazione gioca un ruolo centrale. Finora le misure adottate hanno beneficiato principalmente chi dispone già di adeguate risorse finanziarie. Pur riconoscendo che la via maestra nel migliorare il rapporto tra retribuzione e canone d’affitto o rata del mutuo sia l’innalzamento della prima, l’esistenza di vantaggi fiscali agli affitti di breve periodo è distorsivo. Il miglioramento della cultura del lavoro è, soprattutto, responsabilità delle imprese, che potrebbero operare semplicemente adottando le migliori pratiche già presenti anche in Italia, favorendo una struttura meno gerarchica e una maggiore valorizzazione del merito e delle competenze nelle assunzioni e nelle promozioni. Analogamente, il settore pubblico potrebbe riconoscere e valorizzare le esperienze professionali anche estere o nel settore privato. L’adozione dell’inglese come lingua di lavoro contribuirebbe inoltre ad attrarre giovani talenti provenienti dagli altri Paesi avanzati. Per migliorare la qualità della vita, al primo posto va senz’altro posta la conciliazione tra tempo di lavoro e tempo libero. Non si tratta di attribuire un peso diverso all’uno rispetto all’altro, ma di riconoscere che, nell’economia della conoscenza, non esiste una netta separazione tra i due: la mente, infatti, non smette mai di cercare soluzioni utili per ogni aspetto dell’esistenza. Al tempo stesso sono indispensabili servizi pubblici di livello per le famiglie nell’ambito educativo sia nell’infanzia sia con l’adeguamento del calendario e dell’orario scolastici ai modelli dei Paesi più avanti nell’attrattività. Ciò sarebbe particolarmente vantaggioso per le competenze scolastiche degli alunni più svantaggiati dai contesti familiari. Analoghi progressi sono necessari anche nei trasporti pubblici locali, in un Paese il cui territorio è fortemente antropizzato. Gli esempi citati rappresentano solo alcuni dei temi facenti parte di un elenco più ampio, ma sicuramente non esaustivo, che è per l’appunto contenuto nella parte finale del Rapporto. Un elenco aperto a osservazioni e proposte e soprattutto sul quale avviare un percorso di approfondimento analitico, di discussione e confronto nelle opportune sedi istituzionali. Da quanto abbiamo detto è evidente che la maggiore attrattività si costruisce attraverso un percorso, più che con l’adozione di alcune misure pur auspicabili e opportune. Di questo percorso è parte essenziale la costituzione di un osservatorio sull’attrattività che veda coinvolti tutti gli stakeholder di riferimento, a partire dai decisori istituzionali nazionali. Il CNEL si candida a organizzare e ospitare tale osservatorio, fornendo la propria capacità di coinvolgere i corpi intermedi e le istituzioni, raccordando le loro reti e canalizzando le loro competenze rispetto all’obiettivo comune dell’attrattività dell’Italia per i giovani. A vantaggio di tutti i cittadini, di ogni età e origine.