
Da oltre dieci anni il tema salariale è oggetto del dibattito politico e sociale, alimentando un confronto acceso e, a tratti, esasperato tra partiti e forze sindacali. Un “muro contro muro” sulla proposta di un salario minimo orario fissato per legge a 9 euro lordi, che vede ora prevalere l’idea che, per contribuire a innalzare le retribuzioni degli italiani, occorra in realtà mettere in atto un piano più articolato: sostegni alla contrattazione collettiva e strategie di contrasto ai numerosi abusi e alle sacche di lavoro sottopagato.
Così ha deciso il Parlamento lo scorso 23 settembre, facendo propria la proposta avanzata dalla Assemblea del Consiglio Nazionale della Economia e del Lavoro (CNEL) già sul volgere del 2023, consegnando ora al Governo un’ampia delega per valorizzare i sistemi di contrattazione collettiva più radicati. L’auspicio è quello di pervenire alla soluzione del problema già nei primi mesi del prossimo anno.
La legge delega apre spazi inediti alle istituzioni che, come il CNEL, sono chiamate a fornire ai decisori politici e agli attori sindacali piattaforme di azione utili perché costruite attraverso una corretta base informativa e di documentazione.
La delega affida al Governo un compito preciso: garantire la massima trasparenza dei salari, settore per settore. Significa rendere chiari i trattamenti retributivi complessivi e le dinamiche salariali, a livello nazionale e locale. L’obiettivo è chiaro: colpire il lavoro irregolare, l’evasione contributiva e la concorrenza sleale alimentata da contratti che abbassano i salari e riducono il costo del lavoro a spese dei lavoratori.
Basti pensare al terziario di mercato. Qui operano 9 milioni di addetti a favore di oltre 3 milioni di imprese, prevalentemente di piccole dimensioni. In questo settore si registrano divari retributivi e penalizzazioni nei versamenti contributivi di migliaia di euro annui per figure professionali tra le più diffuse (magazzinieri, commessi, cassieri, banconieri, aiuto cuochi, fattorini, addetti alle pulizie, ecc.). È quanto emerge dal confronto tra i pochi contratti storici del settore e una pletora di oltre 250 contratti nazionali, sottoscritti da sigle datoriali e sindacali prive di reale radicamento nel nostro sistema di relazioni industriali.
Qualche perplessità ha sollevato il principale criterio direttivo della legge delega, là dove si chiama il Governo al delicato compito di individuare i contratti collettivi nazionali di lavoro che sono maggiormente applicati in un determinato settore merceologico in termini di numero di imprese e numero di lavoratori interessati.
Si tratta di un’operazione di grande importanza. Sarà, infatti, il trattamento economico complessivo minimo, stabilito dai contratti collettivi nazionali di lavoro maggiormente applicati nel settore di riferimento, a configurare il compenso economico da riconoscere inderogabilmente a tutti i lavoratori di quel settore, in base alla loro qualifica professionale.
Un criterio solo apparentemente oscuro e che, invece, si trova già sufficientemente dettagliato nel documento di osservazioni e proposte sul salario minimo in Italia approvato dall’Assemblea del CNEL il 12 ottobre 2023. In quel documento il CNEL evidenziava come un primo passo di un piano d’azione nazionale a supporto della contrattazione collettiva condotta da attori qualificati e realmente rappresentativi, potesse essere la definizione di un’esatta fotografia della contrattazione nazionale di categoria. Questa ricognizione dovrebbe basarsi sull’archivio dei contratti depositati presso lo stesso CNEL, ordinati per sezioni e divisioni Ateco. Il perimetro contrattuale, infatti, è un dato oggettivo, non quello opportunisticamente scelto dalle stesse associazioni di rappresentanza. L’obiettivo è individuare i contratti collettivi maggiormente diffusi e applicati, anche in base alla specifica forma o tipologia d’impresa.
Per il CNEL è, infatti, questo un percorso obbligato per la definizione di uno standard economico minimo per tutti i lavoratori (declinato cioè per ogni livello professionale del sistema di classificazione del lavoro e non solo verso le posizioni più basse della scala contrattuale dove si posiziona e ferma la proposta dei 9 euro lordi) quale parametro inderogabile per i datori di lavoro del settore, come già avviene ai fini della determinazione del minimale contributivo. Una fotografia della contrattazione nazionale di categoria più diffusa consentirebbe anche di ricostruire in modo trasparente e accessibile le diverse voci che compongono la struttura della retribuzione, ben oltre i minimi tabellari. In questo modo si porrebbe un argine a derive interpretative che riducono un problema di sistema – quello dei salari e della qualità del lavoro – a una prospettiva di breve periodo e, comunque, affidata al contenzioso individuale.
Attraverso questa impostazione, il CNEL era riuscito a dimostrare già due anni fa che, fatta eccezione per settori del tutto peculiari (come il lavoro domestico e i servizi di attesa e custodia), tutti i principali contratti collettivi sottoscritti dai sindacati comparativamente più rappresentativi già oggi garantiscono trattamenti retributivi minimi complessivi superiori alla fatidica soglia dei 9 euro lordi.
Tutto ciò senza dimenticare che nelle più recenti tornate contrattuali i salari contrattuali sono aumentati del 9,1% là dove il vero problema è stato – tra il 2019 e il 2024 – un aumento dell’inflazione al 17,4%.
Se quelli proposti nel 2023 dal CNEL sono oggi i principi e i criteri direttivi di maggior peso contenuti nella delega approvata dal Parlamento, è allora fuori discussione, come l’archivio nazionale dei contratti diventi inevitabilmente il perno e lo strumento di garanzia rispetto a questa operazione di trasparenza e di sostegno ai contratti più diffusi e radicati. Va ricordato, del resto, che la previsione di una Commissione per l’informazione in materia economica e sociale e l’istituzione dell’archivio dei contratti, introdotti dalla legge Mattarella del 1986, rispondevano a un’esigenza precisa. Quella di stabilizzare il logorante e spesso inconcludente dibattito sui dati in materia di salari e contrattazione. L’obiettivo era creare una sede istituzionale in grado di recepire in modo consensuale gli elementi di base per costruire una fotografia oggettiva dei trattamenti retributivi e delle condizioni di lavoro.
È fuori discussione che il CNEL abbia per lungo tempo faticato, a causa della progressiva contrazione delle risorse e per il clima politico di sfiducia pregiudiziale che lo ha circondato, a dare piena attuazione al disegno legislativo e alla ricca progettualità che ad esso aveva fatto seguito ad inizio degli anni Novanta. Grazie alla paziente e tenace opera dei suoi storici funzionari, il CNEL è riuscito a non disperdere quell’immenso patrimonio documentale di contratti – oltre centocinquantamila testi – che raccontano la storia del nostro Paese e rappresentano il metabolismo sociale di processi economici e produttivi. Con tempestività sono stati rendicontati tutti i depositi contrattuali e, dal 2001, il CNEL ha attribuito a ogni contratto nazionale depositato un codice contratto che mette ora in comunicazione l’archivio con i flussi delle comunicazioni telematiche mensili obbligatorie, inviate dai datori di lavoro del settore privato all’INPS. Un’operazione indispensabile per unificare le informazioni retributive e contributive dei dipendenti.
È altrettanto fuori discussione che, nel tempo, la proliferazione dei contratti nazionali abbia reso di difficile consultazione l’archivio. Le ragioni della rincorsa al deposito dei contratti si devono a una circolare del Ministero del Lavoro del 1995 che indica come criterio di rappresentatività la stipulazione di contratti collettivi di lavoro. Non è un caso che il numero di contratti depositati sia esploso dal 1995 a oggi. Ciò a prescindere, tuttavia, da una verifica del grado di effettiva applicazione dei contratti stessi, a quel tempo non desumibile pubblicamente e tanto meno agevolmente anche a livello istituzionale. In coerenza con le proposte avanzate nel documento del 12 ottobre 2023 sul salario minimo in Italia, e in tempo utile per facilitare l’attuazione della delega approvata dal Parlamento, il CNEL si è tempestivamente mosso con la nuova consiliatura e, grazie al concorso di tutte le principali forze sociali, ha messo a punto un sistema più razionale e meglio fruibile di organizzazione dell’archivio,incentrato proprio sulla messa in evidenza dei contratti maggiormente applicati per ogni settore economico e produttivo. Un’operazione di totale trasparenza e di corretta informazione sul funzionamento della contrattazione collettiva rivolta alla opinione pubblica, agli operatori del mercato del lavoro, alle istituzioni pubbliche, ai decisori politici, agli organi incaricati delle attività di vigilanza e controllo in materia di lavoro. La soglia adottata dalla Commissione dell’informazione in questa prima fase, per formare l’elenco dei contratti collettivi di maggiore diffusione per il settore merceologico di riferimento, è stata invero molto bassa pari cioè all’applicazione del contratto ad almeno l’1% dei lavoratori del settore come definito dal rispettivo campo di applicazione. E tuttavia, già con questo accorgimento – che colloca in un’apposita sezione i contratti con rilevanza statistica pari allo zero per cento – il numero dei contratti effettivamente in uso tra lavoratori e imprese è tornato sotto i 300. Questa operazione di trasparenza, certamente perfettibile e su cui continueremo a lavorare per tutta la consiliatura, è solo agli inizi. Tutti i contratti troveranno spazio nell’archivio e riceveranno il relativo codice contratto, ma solo i contratti di maggiore diffusione verranno imputati al settore di riferimento attraverso l’utilizzo dei codici Ateco, l’altra grande novità delle direttive approvate dalla Commissione dell’informazione. I datori di lavoro potranno poi utilizzare liberamente questi dati oggettivi per comunicare ai consumatori e ai loro dipendenti la loro posizione nell’archivio, come una sorta di “bollino blu” adottato su base volontaria, veicolato dal sistema di rappresentanza di riferimento. Il prossimo passaggio sarà fornire una piena e corretta informazione dei trattamenti economici e normativi di dettaglio dei diversi testi contrattuali. Tutto ciò in linea con le indicazioni della direttiva europea in materia di salari minimi adeguati e col Codice degli appalti pubblici. Sarà così, finalmente, possibile conoscere e valutare i contratti collettivi non solo in ragione del loro effettivo radicamento nel sistema di relazioni industriali ma anche rispetto ai trattamenti effettivamente riservati ai lavoratori per ciascun profilo professionale e per ciascun livello di inquadramento contrattuale. Resteranno dunque nell’archivio i mitici mille contratti collettivi nazionali di lavoro che vengono additati ripetitivamente da chi pensa di trarre vantaggio dall’idea, profondamente sbagliata, di una situazione di totale sfascio del nostro sistema di relazioni industriali e dell’inutilità dei corpi intermedi. E, tuttavia, sarà ora facile per tutti prendere atto di quelli che sono i contratti nazionali effettivamente in uso (i 99 contratti più grandi coprono il 96% della forza lavoro del settore privato). Contratti che, di massima, sono ancora quelli sottoscritti dagli attori storici e più rappresentativi del nostro sistema di relazioni industriali e che, nel complesso, garantiscono salari adeguati e soluzioni più avanzate della legge per una questione salariale che non risulti slegata dall’altro grande nodo della nostra economia che è quello della produttività.