
Il tema delle piattaforme, come quello delle catene degli appalti e subappalti e, in generale, del lavoro povero riemerge ciclicamente nel dibattito pubblico. A ogni indagine o denuncia fanno seguito prese di posizione forti e atteggiamenti muscolari di forze politiche e parti sociali. La soluzione tecnica e la mediazione politica, almeno nella narrazione dominante, sembrano sempre a portata di mano e sono ritualmente accompagnate da una sequela di annunci rassicuranti e da un rosario di buoni propositi. Poi, poco alla volta, l’attenzione cala fino a scomparire. Il caso mediatico lascia spazio ad altro e il problema resta sostanzialmente immutato, in attesa della prossima inchiesta o del prossimo incidente di percorso che porterà alla ribalta delle cronache, per qualche giorno, le terribili condizioni di vita e di lavoro di una schiera di invisibili su cui regge una fetta sempre più rilevante della nostra economia e della nostra società. È un copione che conosciamo bene ed è forse questo l’unico aspetto della vicenda che ancora non è stato sottolineato nelle analisi di queste ultime settimane perfettamente sovrapponibili a quelle rinvenibili nelle cronache di cinque o dieci anni fa. Stessi problemi. Stessi protagonisti. Stesso esito per i diretti interessati e cioè poco o nulla. L’indignazione si alterna alla rimozione. Raramente si traduce in un reale cambiamento per le vittime silenziose di queste brutali manifestazioni delle trasformazioni del lavoro. Nel frattempo, interi segmenti di lavoro povero, precario o irregolare continuano a esistere fuori dal cono di luce del dibattito. Eclatante è il caso del lavoro domestico e di cura, dove l’irregolarità è ancora più diffusa e storicamente radicata e dove la distanza tra il riconoscimento pubblico del valore sociale di chi assiste anziani, famiglie e persone vulnerabili e la regolarità contrattuale effettiva è evidente. Eppure, se ne parla poco, quasi mai con la stessa enfasi e attenzione riservata ai casi più eclatanti anche perché apparentemente più lontani dalle nostre azioni e dalle nostre responsabilità di utenti e consumatori. Le inchieste della magistratura hanno posto con forza una questione reale: non può esistere innovazione organizzativa che si fondi sullo sfruttamento e su salari da fame. Anche il sindacato ha cercato di svolgere la sua funzione, come fa in tantissimi casi che non giungono agli onori delle cronache, ma le divisioni al centro tra le centrali confederali su strategie e soluzioni sono ancora troppo forti e marcate per consentire una soluzione di stampo contrattuale. Poco o nulla si sa invece delle difficoltà delle stesse imprese che lamentano, spesso giustamente, l’assenza di soluzioni normative e contrattuali al passo coi tempi. La verità è che i complessi problemi causati dal cambiamento del lavoro non si risolvono con soluzioni preconfezionate, tanto meno con ondate emotive di (giusta) indignazione o con episodici interventi repressivi. Occorre un metodo e, soprattutto, è indispensabile una sede istituzionale dove prima conoscere e vagliare tutti gli aspetti del problema e poi concorrere responsabilmente alla costruzione di soluzioni condivise, anche di tipo sperimentale e per tentativi, non necessariamente con soluzioni legislative che spesso si traducono in un nulla di fatto. Proprio il caso dei rider, salito alla ribalta delle cronache e delle inchieste della magistratura di questi giorni, ce lo indica con estrema chiarezza nel senso che non esistono soluzioni facili a problemi complessi: una legge specifica già esiste ed è stata approvata nel 2019 per tutelare con un salario minimo quella che veniva definita “la generazione abbandonata”, ma non ha prodotto alcun risultato concreto e, anzi, ha finito per scontentare tutti a partire dagli stessi rider. Ogni attore finisce così per elaborare proposte e percorsi che vengono calati dentro circuiti autoreferenziali. Imprese, sindacati, politica, tutti stanno sulla difensiva e con prese di posizione solo apparentemente rassicuranti. Raramente questi attori si muovono insieme, alla ricerca del giusto equilibro e disponibili tutti a fare un passo indietro per poterne poi fare tre in avanti, come se il metodo del confronto e della concertazione fosse diventato un tabù per il nostro Paese. Eppure, è proprio qui che si misura la vera debolezza del caso italiano: manca un luogo istituzionale stabile nel quale mettere intorno allo stesso tavolo tutti gli attori – piattaforme, imprese committenti, organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, istituzioni – per partire da una base comune di dati, informazioni e analisi condivise. Senza una diagnosi condivisa, le iniziative e le possibili soluzioni restano divisive. Il CNEL, per la sua natura costituzionale di sede di rappresentanza delle forze produttive e sociali, può offrire questo spazio. Già nel documento del 12 ottobre 2023 recante osservazioni e proposte in materia di salario minimo, il CNEL aveva indicato una linea chiara per aggredire questi problemi: in un sistema come il nostro, caratterizzato da una ampia copertura della contrattazione collettiva, la priorità è rafforzarne qualità ed effettività pensando al tempo stesso a soluzioni alternative e su misura là dove la contrattazione ancora non arriva. Le indicazioni operative sono note ma ancora non pienamente attuate: misurazione certa della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali; contrasto ai contratti collettivi pirata utilizzati per comprimere i trattamenti economici e alimentare un lucroso sistema di bilateralità fittizia; valorizzazione del trattamento economico complessivo dei CCNL, non del solo minimo tabellare; garanzia della coerenza tra attività svolta e contratto applicato, soprattutto negli appalti e subappalti; rafforzamento della trasparenza nelle catene di appalto e subappalto; e perché no, anche una legge promozionale relativa alla applicazione di tariffe orarie minime là dove il contratto collettivo fatica ad arrivare. In questo quadro, il sindacato non è un attore accessorio. È il soggetto chiamato a presidiare la qualità dei contratti, a negoziare compensi congrui anche nei nuovi lavori su piattaforma, a evitare che l’innovazione si trasformi in una zona franca di tutele. Ma anche il sindacato è chiamato a una sfida: organizzare il lavoro frammentato, intercettare i lavoratori delle piattaforme, presidiare i settori dove maggiore è la vulnerabilità. La contrattazione collettiva è efficace se è inclusiva e realmente rappresentativa. Negli appalti e nei subappalti, pubblici e privati, è la competizione al ribasso che si traduce in compressione del costo del lavoro. Anche l’utilizzo distorto di forme di lavoro autonomo o parasubordinato sono elementi che concorrono a produrre vulnerabilità. Il lavoro povero non nasce dalla assenza di un minimo legale orario. Nasce dalla struttura delle filiere, dalla frammentazione del lavoro, dal numero limitato di giornate lavorare e anche dalle pretese dei consumatori che raramente si interrogano sulla tutela di chi presta l’attività da cui trae beneficio. Non possiamo invocare tutele per i ridere, nello stesso tempo, considerare fisiologica l’irregolarità nel lavoro domestico e di cura o pretendere, come utenti e consumatori, servizi sempre più rapidi e a costi sempre più bassi senza interrogarci sulle condizioni di chili rende possibili. Quando il prezzo del servizio è compresso a monte, qualcuno a valle paga inevitabilmente il conto. La sostenibilità sociale di una filiera deve essere il risultato di una responsabilità condivisa. Non solo delle imprese e dei sindacati, ma dell’intera comunità. Per questo è centrale il ruolo delle istituzioni e la loro credibilità, al centro come in periferia. Uscire dalla retorica significa questo: passare dalla indignazione episodica alla costruzione di sedi istituzionali, regole e pratiche condivise che rendano il lavoro dignitoso la condizione ordinaria e necessaria dello sviluppo, non l’eccezione da rivendicare a ogni nuova inchiesta.