
Venezia, “storia di una laguna, per propria natura transeunte, luogo di confine e di passaggio, che ha saputo divenire città. Una città nata dall’intelligenza collettiva, dall’ingegno corale di una comunità capace di trasformare la fragilità in forza, l’instabilità in equilibrio e in armonia, la vulnerabilità in cultura e resilienza”. Così scrivevo nella prefazione del catalogo del progetto speciale “Intelligent Venice. La più antica città del futuro” realizzato dalla Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità (VSF) per La Biennale di Venezia 2025.
È oggi forse inevitabile che, alla vigilia del voto che sceglierà il nuovo Sindaco della Serenissima, il futuro della più incredibile città del mondo, Venezia, abbia dato luogo ad interventi pubblici di vario tipo, non solo di campagna politico-elettorale.
Prendiamo il meglio di queste riflessioni. L’ascolto della democrazia fa sempre bene. Ma può essere anche l’occasione per cogliere i segnali del presente di questa città, in cui vivere è straordinariamente affascinante e, al contempo, difficile.
Non è strano che in queste fasi di dibattito si produca un effetto di “miopia” momentanea, ovvero di eccessiva concentrazione ideologica. A volte, per troppa passione o per troppo amore, si tralascia una lettura dei fenomeni in atto più pacata e generosa (e magari, auspicabilmente, più informata).
Quello di Venezia è un presente del tutto nuovo.
Sebbene circolino ancora le foto distopiche dei lustri andati, dal 3 ottobre 2020 – con l’entrata in funzione del MOSE -, il rischio di allagamenti come l’“Acqua Granda” del 1966 e i successivi oltre 300 episodi sino al 2019, appartiene a un’epoca superata. Sebbene da alcuni nostalgici quasi rimpianta.
Il MOSE, ad oggi attivato 154 volte, è una svolta epocale che ha cambiato la vita dei veneziani e le prospettive della città, regalando futuro. Oggi a Venezia si vive “normalmente”: il MOSE ha assicurato almeno cento anni di protezione dall’innalzamento del medio mare che continua, invece, ad affliggere le altre città costiere del mondo.
Il “genius loci” di Venezia si sta rivelando uno straordinario catalizzatore di nuove energie.
Lo dimostrano le oltre 50 Fondazioni culturali che hanno scelto Venezia negli ultimi anni, affiancando quelle di più antica tradizione, quali la Fondazione Cini, La Biennale e VIU – Venice International University. Significativo anche l’avvio di un centro di IA applicata alla medicina, nell’area dell’ex Ospedale al Mare, con oltre 900 nuovi posti di lavoro qualificati.
Le Università cittadine attraggono sempre più studenti e studiosi internazionali. Il CNR ha aperto un “gateway” per la biodiversità (PNRR da 320 milioni). Il rettore IUAV Benno Albrecht ha presentato il 19 aprile il nuovo spazio alle Terese nell’ambito di Venezia Città-Campus: 9000 mq recuperati, un “pensatoio” per una città cluster della conoscenza. Crescono start-up e spin-off come Rara Factory di Ca’ Foscari sull’AI per le “terre rare”, a conferma di un ecosistema in sviluppo e diversificazione economica.
Non vi sono solo i grandi numeri del turismo: il 2025 è stato un anno record per i flussi internazionali e l’Italia resta tra le principali destinazioni mondiali, con presenze ai massimi nel 2024 e 2025.
Le città d’arte restano il motore trainante del turismo nazionale e Venezia, nel 2025, supera Milano, collocandosi al secondo posto dopo Roma.
Ma il fenomeno non riguarda solo il centro storico: ISTAT segnala che quattro dei primi dieci Comuni italiani per presenze sono nell’area lagunare veneta (Cavallino-Treporti, San Michele al Tagliamento, Jesolo e Caorle), a conferma di un sistema turistico diffuso e di qualità.
Secondo alcuni, e in particolare nell’articolo dell’amico Antonio Scurati pubblicato su un quotidiano nazionale il 5 maggio, i turisti sarebbero “troppi”. Troppi rispetto a cosa, Antonio? A una visione romantica, decadente della città? Non credo proprio, conoscendo la tua sapiente competenza storica.
Non me ne volere, ma il rapporto tra turisti e residenti è rappresentato da te sulla base di un’impostazione tecnicamente non corretta e, certamente, superata. In quell’analisi, infatti, si fa riferimento ai soli iscritti all’anagrafe dei sestieri centrali del centro storico, come se si potesse ridurre la popolazione di una grande città a un confine amministrativo ristretto.
Sarebbe un’impostazione analoga a quella che considera Firenze limitata agli abitanti entro le antiche mura michelangiolesche, che sono comunque meno dei circa 50.000 residenti dei sestieri centrali di Venezia.
La realtà, misurata con moderne tecnologie in una “control room” del Comune, descrive una “grande città” di circa 800.000 “city users”, con confini permeabili tra acqua e terra e tra isole e laguna.
Su questo punto concordo con Scurati, insieme alla “città di pietra” – l’urbs – va salvata anche la “città degli uomini”, la “civitas”: ma per perseguire davvero questo obiettivo non sono sufficienti i “divieti di accesso”.
È necessario far crescere, accanto al turismo, attività a più alto valore aggiunto, legate all’“economia della conoscenza”, da sempre leit motiv del successo di Venezia nei suoi 1.600 anni di storia.
Venezia è sempre stata un passo avanti; è sempre stata la modernità: nelle capacità dei propri esploratori e mercanti, nelle costruzioni navali, nelle innumerevoli innovazioni implementate nelle sue architetture.
Nel Cinquecento, pochi decenni dopo Johannes Gutenberg – inventore della stampa – , Venezia ospitava oltre 200 officine tipografiche e produceva più della metà dei libri europei. Aldo Manuzio trasformò il libro moderno, inventando corsivo e formato tascabile. Qui Galileo sperimentò il canocchiale con lenti di Murano; nel Novecento nacquero la prima zona industriale d’Italia e il Cinema come industria culturale e numerose altre “primizie” che sarebbe lungo elencare.
Della necessità di non abbandonarsi alla monocultura turistica parla anche il collega e sempre amico Francesco Giavazzi, in un articolo apparso pure il 5 maggio. Ma sbaglia, a mio parere, nel non accorgersi di quello che è già in atto, che va compreso e valorizzato: altrimenti si corre il rischio di cadere in un perverso “gioco dell’oca”, nel quale ad ogni scadenza elettorale si viene messi al punto di partenza, senza consapevolezza e riconoscimento del cammino fatto. Chiunque lo abbia indirizzato.
Siamo di fronte, seppure sia sottotraccia ormai da qualche tempo, a un vero e proprio Rinascimento di Venezia: valorizzarlo e comprenderlo è essenziale per non disperdere il patrimonio di esperienze e competenze costruito, con fatica, in tutti questi anni con il concorso di tanti.
Nella recente storia della Repubblica italiana, sussiste – per fortuna! – una continuità bipartisan nel sostegno dato da tutti i governi centrali a Venezia. E le misure citate da Giavazzi del Governo Draghi non si limitarono al “divieto” del passaggio delle grandi navi da crociera di fronte a S. Marco. Tanto più che la società civile veneziana ha dimostrato in questi anni una grande vitalità e sorprende che Giavazzi ne delinei un ritratto così severo, parlando di “decennio di inerzia stagnante che ha impedito di pensare al futuro”.
Non è così.
Perché una città non coincide solo con l’amministrazione del momento, ma con i cittadini che la animano e con il tessuto di istituzioni, enti e strutture pubbliche e private che la compongono.
Venezia ha recentemente superato a pieni voti l’esame di una messa in mora secondo i principi del World Heritage Centre dell’UNESCO ed è riconosciuta dalle Nazioni Unite (UNDRR, l’ufficio di riduzione del rischio da disastri) come “hub di resilienza”, studiata nel mondo sia per il patrimonio artistico sia per la sua infrastruttura unica di protezione dall’innalzamento del mare. Dispone di centri di eccellenza come CORILA (ente associativo di Ca’ Foscari, IUAV, CNR ed OGS) e dell’Autorità per la Laguna, attivi in progetti europei di ricerca. Non c’è solo il MOSE, ma molto di più: i restauri della Procuratoria di San Marco su mosaici, marmi del nartece e colonne, danneggiati dal sale e oggi protetti anche grazie a barriere in vetro, sono il simbolo di una risposta concreta, altro che “inerzia stagnante”. Accompagnerei con orgoglio il collega Giavazzi a visitare questa stagione di trasformazione.
Occorre, inoltre, ampliare lo sguardo alla realtà del Nord-Est, in cui Venezia è profondamente inserita: le crisi internazionali che perturbano le connessioni Asia-Europa aprono nuove opportunità per l’Alto Adriatico, baricentro dei futuri equilibri geopolitici e arco portuale vicino al Nord Europa. Il 28 maggio a Venezia, nella Sala degli Squadratori dell’Arsenale durante il Salone Nautico, al convegno “Porti, interporti e corridoi” si parlerà di Venezia e dell’Alto Adriatico come porta dei traffici con l’Est e pivot del sistema nordestino, terminale dei corridoi globali come Vie del Cotone e della Seta. Un sistema che può contribuire anche alla ricostruzione sostenibile di paesi come Ucraina e Siria. Il convegno è organizzato dalla Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità, esempio di rete tra istituzioni e imprese per attrarre know-how, tecnologie e lavoro.
Per tutti questi motivi, vivere oggi a Venezia, come riconosce lo stesso Scurati, continua ad essere bello, stimolante ed appagante, specie per i giovani.
Molte volte nella storia, chi viveva cambiamenti d’epoca oggi considerati cruciali non aveva la percezione di una profonda transizione. Un caso è il Rinascimento italiano ed europeo, oggi visto come una delle principali svolte culturali e sociali della storia umana. Solo a distanza si coglie la portata dei fenomeni: una distanza propria degli storici che analizzano il passato o dei profeti che scrutano il futuro.
Ma il futuro di cui si parla, e per il quale le diverse sensibilità in campo elaborano legittimamente strategie differenti, dovrebbe essere affrontato scevro da vis polemica passatista, recuperando invece una consapevolezza comune, non solo delle opportunità, ma anche delle capacità concrete di una città che sta già disegnando i tratti di un vero suo nuovo futuro, con accadimenti avvenuti in maniera sobria e silenziosa. Un processo i cui effetti culturali travalicano ampiamente i confini lagunari e gli stessi contingenti, legittimi, dibattiti preelettorali.
Se la chiamiamo “la più antica città del futuro”, è perché in essa riconosciamo un patto tra bellezza e responsabilità: il patto che ha guidato esploratori e mercanti, ingegneri e maestri d’arte, reggitori e cittadini.
Il patto che oggi tutti noi siamo chiamati a rinnovare, a Venezia, per il mondo.
Perché salvando Venezia, forse non ce ne siamo accorti, salveremo il mondo.