Mentre la politica italiana discute, si dilania e si spacca sulle riforme istituzionali, gli avvertimenti dei mercati diventano sempre più frequenti e più pesanti. Borse giù e spread su. Almeno 5 i fattori:
Cos’altro deve succedere per far suonare l’allarme in Europa? Stiamo raccogliendo oggi i frutti amari delle politiche economiche sbagliate imposte ai paesi dell’Eurozona dalla Germania di Angela Merkel negli ultimi 5 anni. E le economie nazionali non sono pronte per affrontare un altro ciclo di speculazione finanziaria e di crisi.
L’unico Stato che riesce a trarre vantaggio da questa situazione catastrofica è, ancora una volta, quello tedesco, che vede i tassi di interesse sui Bund tornare ai livelli minimi dell’estate del 2012, intorno allo zero. È di fatto ricominciata la corsa ai titoli del debito pubblico tedesco, considerati bene rifugio. Non è un buon segnale: sappiamo tutti come è andata a finire 2 anni fa.
Che fare, allora, perché la storia non si ripeta? Innanzitutto agire tempestivamente.
| A LIVELLO EUROPEO: |
| IN ITALIA: |
Caro Presidente Renzi, senza crescita e con il rischio di una esplosione estiva della crisi, inutile insistere con l’Europa per avere flessibilità per l’Italia, che tra l’altro non è credibile in questa richiesta perché non riesce a usare neanche i margini che le sono già stati riconosciuti (es. per il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, per il contrasto alla disoccupazione giovanile e come fondi strutturali).
Fa’, piuttosto, quello che un leader che vuole essere leader continentale deve fare. L’elenco te lo abbiamo fornito, basta solo realizzarlo.
| BOX 1 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’EUROPA |
| BOX 2 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: TFR |
Il Tfr (trattamento di fine rapporto), che è parte integrante della retribuzione dei lavoratori, ma non è a loro disposizione.
Si tratta di una misura che ha effetti immediati tanto dal lato delle imprese quanto dal lato delle famiglie. Non comporta inoltre nuovi esborsi da parte dello Stato, che influiscono sul deficit pubblico (come nel caso del bonus fiscale di Renzi).
Proponiamo quindi:
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Per approfondire sui IL TFR COME VOLANO PER L’ECONOMIA. RIMETTIAMO IN CIRCOLO 6 MILIARDI DI EURO leggi le Slide 709 |
Misure in grado di fornire liquidità a imprese e lavoratori, per un valore di circa 6 milioni di euro: un vero e proprio volano per la nostra economia.
| BOX 3 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: FLAT TAX |
In Italia, la Flat tax è stata proposta per la prima volta da Forza Italia nel 1994. Lanciata inizialmente per gli Stati Uniti da Milton Friedman, in una conferenza tenuta a Claremont College in California, essa fu sviluppata e approfondita dagli economisti della Stanford University Robert E. Hall, Alvin Rabushka e Kurt Leube.
Un ambiente economico caratterizzato da un sistema fiscale “leggero” è foriero di crescita ed investimenti a lungo termine e, quindi, di maggiori risorse fiscali.
Al contrario, l’elevata tassazione, soprattutto sugli scaglioni più elevati, comporta effetti distorsivi nelle scelte allocative del lavoro e del capitale (elusione ed evasione). Rappresenta, inoltre, un fattore “demotivante”, per cui ci sono fasce di reddito raggiunte le quali non conviene più lavorare, onde evitare che, applicandosi sul maggior ricavo un’aliquota più alta, esso sia interamente annullato dalle maggiori tasse che si devono pagare.
Quando si parla di un sistema fiscale di tipo flat, si intende un sistema che adotta una aliquota fiscale unica, uguale per qualunque livello di reddito, che riconosce tuttavia una deduzione personale a tutti i contribuenti (tutte le altre Tax expenditures sono eliminate), tale da rendere il sistema progressivo, secondo il dettato della nostra Costituzione.
I vantaggi della Flat tax:
benefici per i conti pubblici.
| BOX 4 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: NEW DEAL |
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l di là dei contenuti scarsi, e della brutta fine che ha fatto, il Jobs Act di Renzi ha avuto un merito: aprire la discussione sul tema del lavoro. Tuttavia, ricordiamo che il lavoro è una derivata, che dipende, cioè, dalla crescita economica. Se, poi, le regole del lavoro sono efficienti, flessibili, meritocratiche e trasparenti un punto di crescita economica in più porta con sé la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre se le regole del mercato del lavoro sono rigide, desuete e inefficienti, ci vuole molta crescita per produrre occupazione (è il concetto di “elasticità” del lavoro rispetto alla crescita).
In momenti storici di crisi grave come quella attuale, pertanto, non basta rivedere le regole del mercato del lavoro. Serve uno shock economico. Serve uno shock perché la nostra economia e il nostro tessuto sociale hanno subito una guerra. Cinque-sei anni di guerra finanziaria-speculativa che abbiamo perso. E adesso servono medicine, medicine forti: rooseveltiane, keynesiane, neokeynesiane. New Deal: nuovo corso.
In momenti come questo le regole vanno spezzate, vanno rotte. Dopo la grave crisi del 1929 Roosevelt fece proprio questo: cambiò le regole. Ebbe il mondo contro, ma andò avanti lo stesso. Dopo anni la Corte suprema degli Stati Uniti diede ragione a chi aveva fatto ricorso contro l’interferenza del governo federale su materia di competenza dei governi dei singoli Stati federati, ma intanto, il keynesismo di fatto (i lavori) erano stati fatti e lo shock c’era stato. I nostri governanti dovrebbero riflettere su questo punto. E prendere esempio.
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Per approfondire leggi le Slide 541 |
NEW DEAL
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Per approfondire leggi le Slide 542 |
KEYNESISMO
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Per approfondire leggi le Slide 543 |
ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO
| BOX 5 – IL NOSTRO CANTIERE PER L’ITALIA: LA MANOVRA-CHOC PER TORNARE A CRESCERE. 40 MILIARDI DI TASSE IN MENO. LA POLITICA ECONOMICA DELLA LIBERTÀ (Daniele Capezzone) |
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Inutile girarci intorno: le cose non vanno affatto bene per l’economia italiana. Tra mille autocritiche che Forza Italia può essere chiamata a fare,
non vi è certamente quella relativa all’analisi economica di fondo, che abbiamo pienamente azzeccato sin dalla campagna elettorale del 2013.
E qual era quell’analisi, tuttora pienamente valida, a mio avviso? Era ed è la necessità di una terapia d’urto, di una frustata in positivo, di una scossa forte per l’economia italiana, lontana anni luce dalla logica della mera gestione dell’esistente, dal metodo delle aspirine e delle tisane, o di qualche blando antidolorifico. Sta di fatto che i governi di questi anni, qualunque sia stato il loro segno e colore, non hanno saputo, voluto o potuto mettere in campo una svolta di questo tipo.
Si rende dunque necessaria una proposta complessiva, che ha il carattere di una manovra- choc per quella che mi piace chiamare la politica economica della libertà.
A mio avviso, è su questo che Forza Italia e il centrodestra dovranno basare la loro proposta: proposta all’elettorato, se vi saranno elezioni politiche a breve; e intanto proposta a qualunque interlocutore sociale e politico, da qui al momento del voto.
Sfondare il limite del 3% per un forte taglio di tasse, accompagnato da un correlato taglio della spesa pubblica e da vere riforme strutturali.
È questa la via attraverso cui Forza Italia e il centrodestra potranno a mio avviso riprendere l’interlocuzione con gli elettori italiani, con i ceti produttivi, offrendo il respiro e la visione di una proposta complessiva di limpida impronta liberale e pro-crescita”.
DANIELE CAPEZZONE
| BOX 6 – IL COLMO PER RENZI. IL WALL STREET JOURNAL GLI RIMPROVERA LA LENTEZZA. E NE PORTA LE PROVE (Stephen Fidler – Wall Street Journal) |
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improbabile che la nuova Commissione Europea concederà all’Italia tutte le concessioni che sta chiedendo sulle regole fiscali.
Il problema, dal punto di vista di Renzi, è che i leader europei hanno detto chiaramente che non hanno voglia di cambiare il Patto di stabilità e crescita. E la flessibilità è quella già scritta in esso. Dal punto di vista tedesco (decisivo), l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno ora – dato il rapporto debito/Pil al 133% – è aumentare ulteriormente il debito.
Il Patto di Stabilità e Crescita permette qualche forma di flessibilità di bilancio subordinata agli sforzi compiuti sulle riforme strutturali. Ma è disponibile soltanto per le riforme che hanno “un impatto positivo e verificabile sulla sostenibilità di lungo termine delle finanze pubbliche”. E soltanto dopo che queste sono state intraprese, non prima.
Non solo lo sforzo riformista italiano è stato più lento di quanto vorrebbe Bruxelles, ma molte delle leggi che sono state approvate, per esempio quelle che modificano il mercato del lavoro e dei prodotti, non sono state implementate.
Il signor Renzi vuole anche che le spese per investimenti indirizzati alla crescita vengano esclusi dal patto. Siim Kallas, nella posizione di commissario europeo agli affari economici, ha già respinto l’idea: “le spese sono spese; il debito è debito” – ha detto.
Non sono soltanto la dura Germania e i suoi alleati settentrionali ad opporsi alla campagna per la flessibilità: anche i governi di Spagna e Portogallo – che hanno implementato, sotto la Troika, quelle riforme che Italia e Francia invece non hanno fatto – non vogliono che le regole di bilancio vengano liberamente interpretate.
“Il signor Renzi ha calcato troppo la mano”, ha affermato un funzionario di Bruxelles. Ha già sperperato tutto il suo capitale politico e ciò che può ricavare ora sono solo noccioline.
| BOX 7 – I MERCATI IN ALLARME, PAURA DI UN’EUROCRISI. LA TERAPIA D’EMERGENZA NON STA FUNZIONANDO. RAMPINI SU “REPUBBLICA” SI SVEGLIA E SCOPRE QUANTO RIPETIAMO DA ANNI. SI VEDA “IL GRANDE IMBROGLIO 1-2-3” E IL LIBRO SUL “COMPLOTTO” DI BRUNETTA (Federico Rampini – la Repubblica) |
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ce e Fed, le due ricette. Le ultime mosse della Banca centrale europea al di sotto degli interventi attuati in cinque anni negli Usa. Si scatena la corsa ai Bund tedeschi, ormai non rendono niente ma garantiscono la sicurezza del capitale.
Quando i risparmiatori sono pronti a prestare alla Repubblica federale tedesca per due anni, senza chiedere interesso, si separano dai propri soldi, li prestano a uno Stato (sia pure solido e affidabile), sono disposti a recuperarli solo due anni dopo, e senza averci guadagnato proprio nulla. Com’è possibile? Cosa c’è dietro? Le crisi europee arrivano d’estate: 2011, 2012, e adesso 2014?
Il minimo storico segnato in questi giorni dai titoli di Stato tedeschi ci riporta indietro quasi ai livelli della primavera/ estate 2012, uno dei momenti più terribili per l’eurozona, quando diversi paesi della periferia sembravano sull’orlo della bancarotta. Ora non c’è all’orizzonte il default di uno Stato sovrano.
La notizia che ieri ha diffuso paura sui mercati globali: il possibile crac di una banca portoghese, l’Espirito Santo. Ma davvero? Stiamo parlando di una piccola banca in un piccolo paese, come può trascinare al ribasso le Borse da New York a Shanghai?
In realtà i guai dell’Espirito Santo sono poca cosa, l’albero che nasconde la foresta, o forse un pretesto: dietro c’è una crisi ben più profonda che avvolge l’economia reale dell’eurozona. Qui le dimensioni cambiano: si tratta di un colosso di stazza pari all’America e alla Cina.
Chi s’illudeva che i recenti aggiustamenti di politica monetaria della Bce, più i vaghi accenni di maggiore flessibilità nell’austerity merkeliana, avessero generato la svolta della ripresa, ora si ricrede.
Non sta funzionando dunque quella terapia d’emergenza che la Bce ha avviato, a base di credito gratis e promesse di finanziamenti alle piccole imprese.
Si conferma quel che sostengono da tempo gli osservatori più critici, da Paul Krugman all’istituto Bruegel di Bruxelles fino agli economisti italiani de LaVoce. info: Mario Draghi ha agito troppo tardi e ha fatto ancora troppo poco. Anche le ultime mosse della Bce restano al di sotto di quelle terapie d’emergenza che per cinque anni consecutivi la Federal Reserve americana ha usato con spregiudicatezza per rianimare la crescita.
La prova: l’euro continua a viaggiare su una parità fra 1,35 e 1,37 dollari. «Una folle sopravvalutazione», l’ha definita il chief executive di Airbus che ogni giorno deve fare i conti con i suoi concorrenti della Boeing che fatturano in dollari svalutati. Come peraltro tante imprese esportatrici italiane o francesi, strangolate da un euro troppo forte, funzionale solo ai livelli di competitività dell’industria tedesca. «L’euro forte è una delle grandi perversioni post-crisi del 2007», riconosce anche il Financial Times.
Nel frattempo maturano cambiamenti anche nella politica monetaria americana. Quella sì, vittoriosa, visto che ha generato cinque anni di crescita. Ora la Fed può permettersi il suo “disarmo”. A ottobre cesserà i suoi acquisti di bond sui mercati, quella “pompa della liquidità” con cui ha inondato di dollari l’economia reale.
Dopo cinque mesi in cui la creazione netta di nuovi posti di lavoro è stata superiore ai 200.000 al mese, i segnali che la ripresa è solida ci sono tutti. I mercati stanno anticipando un rialzo dei tassi americani, evento dalle conseguenze formidabili perché farà scendere il valore di una montagna di bond accumulati nei portafogli delle famiglie e delle banche.
Tuttavia la presidente della Fed invita a non precipitare i tempi. Si rifiuta di usare l’arma dei tassi d’interesse per “bucare” le bolle speculative di alcune categorie d’investimenti (azioni e immobili).
La Yellen rappresenta una novità vera nel panorama dei banchieri centrali. E’ una economista di sinistra, convinta che si può e si deve fare ancora molto per guarire i traumi sociali dell’ultima recessione.
Non si accontenta del calo costante del tasso di disoccupazione. Vuol veder salire anche i salari. Vuol vedere ritornare sul mercato del lavoro quei disoccupati scoraggiati che erano scomparsi dalle statistiche. Per questo vorrebbe mantenere il tasso direttivo della Fed a quota zero ancora per un altro anno, almeno, cioè fino all’autunno 2015.
Un gioco serrato e pericoloso si sta svolgendo in questi giorni, fra i grandi investitori che anticipano le mosse future della Fed, e spingono al rialzo i tassi.
Può essere questo l’inizio della fine di “The Boom of Everything”, come il New York Times ha definito il lungo rialzo nel valore di Borse, bond, immobili. Quel “boom di tutto” ha avuto il suo epicentro in America.
Poiché la legge di gravità impone che almeno alcuni mercati comincino a scendere, gli investitori Usa sono alla ricerca di un pretesto, di un detonatore negativo, per dare il via alle vendite. Forse lo hanno trovato. Come fonte di notizie pessime, l’eurozona riesce a non deludere quasi mai, da cinque anni in qua.
| BOX 8 – LA MACCHINA DELLE RIFORME ECONOMICO-SOCIALI DEL GOVERNO È IMBALLATA. IL FLOP È ALLE PORTE. TROPPI DILETTANTI ALLO SBARAGLIO, PRIVI DI AUTOIRONIA. RIPERCORRIAMO CON L’EVIDENZIATORE LA DURA ANALISI DI LUCA RICOLFI, SCOPRENDO CHE C’ERA E C’È GIÀ TUTTO NEL NOSTRO FACT-CHECKING (Luca Ricolfi – Panorama) |
C |
entocinquanta giorni non sono tantissimi per giudicare un governo, però sono già largamente oltre il limite della cosiddetta «luna di miele»: quei 100 giorni iniziali in cui l’opinione pubblica è più benevola con i governi neonati.
Li ha sfruttati bene, Matteo Renzi, questi primi mesi del suo mandato? Dipende dai punti di vista.
Se assumiamo il punto di vista del Pd, la luna di miele è stata gestita in modo magistrale. Onnipresente in televisione e nei social media, attentissimo ad accreditarsi come colui che, qualsiasi cosa facesse, lo faceva «finalmente», «per la prima volta», «dopo vent’anni che aspettiamo», abile nella scelta degli 80 euro in busta paga come carta vincente per le elezioni europee, Renzi ha fatto un vero miracolo. Il Pd sembrava moribondo dopo la cura Bersani, in pochi mesi si è trovato a occupare la scena quasi da solo, visto che Beppe Grillo non è un’alternativa di governo e il centrodestra non riesce a riorganizzarsi.
Se però assumiamo un punto di vista un po’ meno unilaterale, e ci chiediamo che cosa Renzi abbia fatto, o almeno stia facendo, per modernizzare l’Italia e sbloccare l’economia, il quadro cambia drasticamente.
Con tutta la benevolenza che chiunque tenti di governare l’Italia merita, non si può non notare che la macchina delle riforme appare sostanzialmente imballata.
Ma quel che più colpisce, nel frenetico agitarsi di Renzi e dei suoi, è il riemergere dei più classici vizi del nostro ceto politico.
Tutte cose già viste, naturalmente. Cui però oggi si aggiunge un ingrediente nuovo e stridente: la rivendicazione di un cambiamento, di una rottura radicale con il passato, di una diversità da tutti coloro che hanno preceduto l’attuale compagine di governo. È qui che Renzi e i suoi si sbagliano.
Di veramente nuovo, nel governo Renzi e nel cerchio magico dei suoi fedelissimi (o «musicanti», come li ha appena ribattezzati Eugenio Scalfari), c’è solo la loro completa mancanza di umiltà. La sicurezza con cui maneggiano problemi che, a chiunque li abbia studiati, farebbero tremare le vene e i polsi, è l’indizio più sicuro che siamo ormai entrati in una nuova era.
Un’era che Marianna Madia inaugurò qualche anno fa quando, paracadutata da Walter Veltroni in Parlamento, ebbe a dichiarare che metteva la sua inesperienza al servizio del Paese. Con una differenza, però: nelle parole di Marianna si poteva avvertire una punta di autoironia, una leggerezza che poteva farle apparire innocue; mentre in quelle di Renzi e dei suoi, sempre pronti a proclamare il cambiamento e a squalificare ogni dissenso, di autoironia non se ne avverte un grammo.