Lunedì prossimo sarà per Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan un giorno al cardiopalma. La Commissione europea lancerà il suo spring forecast – vale a dire le previsioni di primavera – ed allora si vedrà fino a che punto reggeranno le stime del governo italiano.
Dal confronto tra i dati contenuti nel DEF del governo e quelli della Commissione si vedrà se la lunghezza d’onda è la stessa o se sono in vista ulteriori patemi d’animo. Che scatteranno subito dopo, secondo una tempistica definita, anche se potrà subire qualche ritocco per via delle elezioni.
Il 2 giugno prossimo sarà comunque un appuntamento importante. Per quel giorno sono previste le raccomandazioni che la Commissione farà all’Italia ed agli altri Paesi. Esse dovranno tener conto sia dello scenario di base che delle decisioni effettivamente assunte dai vari governi, alla luce degli impegni sottoscritti in sede europea.
Nel caso italiano siamo di fronte a una duplice debolezza. Proprio un anno fa, il 29 maggio 2013, il Consiglio europeo, nel deliberare la fine della procedura d’infrazione, aveva raccomandato all’Italia di “portare avanti l’aggiustamento strutturale con un ritmo adeguato e mediante un risanamento di bilancio favorevole alla crescita, in modo da conseguire e mantenere l’obiettivo a medio termine a partire dal 2014” e di “dare attuazione effettiva alle riforme del mercato del lavoro e del quadro per la determinazione dei salari per permettere un migliore allineamento dei salari alla produttività”.
L’Italia si presenta all’appuntamento con la richiesta di giungere al pareggio di bilancio non nel 2014, ma nel 2016. Al tempo stesso le riforme sul mercato del lavoro – il cosiddetto Jobs Act – sono rinviate al 2015 mentre il decreto Poletti viene stravolto in Parlamento.
Ma c’è di più. L’allineamento salari-produttività non solo non è migliorato, ma decisamente peggiorato in considerazione del fatto che il bonus di 53 euro mensili verrà concesso, a differenza del passato, senza alcuna contropartita in cambio, in termini di produttività e di maggiore impegno personale. Sul fronte degli straordinari per esempio.
Vista la strada intrapresa dal governo: il semplice ipotetico ritorno elettoralistico.
Come reagirà la Commissione a tutto questo? Sarà portata all’indulgenza o non vorrà analizzare con estrema puntigliosità gli andamenti prospettici della finanza pubblica italiana, anche in considerazione dell’inevitabile aumento del rapporto debito – PIL se non altro a causa del pur limitato pagamento dei debiti pregressi della PA? A proposito dei quali è bene ricordare il crollo progressivo di una delle tante fanfaronate.
Nelle slide del pesciolino rosso erano previsti pagamenti per 68 miliardi, che sono diventati 13 nel DEF, per poi ridursi a 8 nel decreto legge sull’IRPEF e che difficilmente potranno dar luogo a pagamenti superiori a 3 miliardi, visto che si prevede di incassare IVA per soli 650 milioni.
Prescindendo pure da queste apparenti quisquilie, resta il fatto che la manovra è zeppa di one off e tagli ipotetici. Ipotetici in quanto trattandosi di interventi lineari indispettiranno il Parlamento, trasformando la sua conversione in un vero percorso di guerra dagli esisti imprevedibili, inevitabilmente condizionato dalle risultanze delle elezioni europee.
Quindi pur dando per scontato – cosa che non è – che il decreto sia approvato, resta da vedere se i tagli successivi vedranno la luce e se gli stessi basteranno per fare tutte le cose che sono in programma: vale a dire rispettare le nuove regole di bilancio (la cosiddetta “regola della spesa” che impone tagli ulteriori rispetto alle previsioni del DEF), e al tempo stesso coprire le nuove evenienze a partire dagli oneri per la cassa integrazione e le cosiddette spese indifferibili.
Vuoto per pieno, qualcosa come 4 o 5 miliardi. Vi sono le risorse?
Probabilmente no. Ed allora sarà giocoforza ricorrere alla vecchia formula dell’innalzamento del prelievo fiscale, che le regole europee, comunque, consentono, visto che la scelta appartiene alle singole nazioni.
Il ministro dell’Economia Padoan, finora, non si è pronunciato. Dice laconicamente “per il momento” nessuna manovra in vista. Sennonché somiglia sempre più a quella persona che si era buttata dal decimo piano di un vecchio palazzo. E man mano che cadeva ripeteva a se stesso.
Sono al nono piano e non è ancora successo nulla. Auguri, quindi, caro ministro. Speriamo abbia un paracadute di riserva.
PER APPROFONDIMENTI, WWW.ILMATTINALE.IT