«Ho passato la notte insonne a guardarmi i grafici del Centro maree. È stato come rivivere l’incubo dell’alluvione del 4 novembre del 1966: il nostro negozio di souvenir fu distrutto. Io e la mia famiglia perdemmo tutto». Renato Brunetta, deputato di Forza Italia, è nato e cresciuto nel quartiere di Cannaregio ed è legato a Venezia in maniera viscerale.
Onorevole Brunetta cosa prova davanti alla sua città completamente sott’acqua?
«Alle 23.35 la marea era arrivata a 1,87 metri. Io so bene cosa significa. Provo angoscia. Ricordo quella maledetta notte: uscimmo tutti in Lista di Spagna, dove c’era il nostro negozio: aprimmo la saracinesca e ci mettemmo tutti a piangere. Non c’era niente da fare. La marea allora non scese, ma rimase stabile tutta la notte».
Perché si è arrivati di nuovo a questo disastro?
«Le maree sono dei fatti fisiologici e sono fondamentali per la vita di Venezia. Questo fenomeno ciclico pulisce e si rigenera la laguna. Le maree diventano pericolose quando per ragioni metereologiche il vento di scirocco si somma con il posizionamento gravitazionale della luna. La possibilità di previsione è limitata e quando scatta questa emergenza siamo impotenti».
Cosa si può fare?
«Dobbiamo completare e rendere operativo il Mose: la più grande e straordinaria opera idraulica della storia dell’umanità. Il problema è che si sono spesi 6 miliardi di euro e l’opera non è mai entrata in funzione».
È convinto che quest’opera sia davvero l’unico modo per salvare Venezia?
«È terminato al 90-95%. L’intervento della magistratura, la gestione commissariale del consorzio preposto alla costruzione hanno bloccato tutto. Se ieri sera il Mose fosse stato in funzione, questa diga mobile sottomarina si sarebbe innalzata 6-8 ore prima e avremmo avuto 30-40 centimetri di marea in meno».
Con quali maree Venezia può continuare a vivere in maniera quasi normale?
«Fino a 140-150 centimetri non provoca forti disagi. Andando oltre 160 ogni centimetro in più diventa distruttivo. Ho chiesto in Aula a Montecitorio che le istituzioni e la politica tornino ad occuparsi di Venezia. Perché così moriamo».
A quale luogo della città è più legato?
«A Cannaregio, dove sono nato. Quando mi affacciavo dalla finestra di casa mia: annusavo il profumo dello scirocco e speravo che ci fosse l’acqua alta, perché così non si andava a scuola».