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IL LAVORO CHE CAMBIA A 55 ANNI DALLO STATUTO DEI LAVORATORI (Guida del Sole 24 Ore)

 

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La centralità della persona nel lavoro

IL MIO EDITORIALE

La ricorrenza dei cinquantacinque anni della legge 20 maggio 1970, n. 300, è l’occasione per tornare a riflettere, in un Paese come il nostro che, da decenni, registra un altissimo tasso di contenzioso lavoristico e la presenza di milioni di unità di lavoro irregolari, su come rendere effettivi ed esigibili, nella quotidianità dei luoghi di lavoro, quei principi di dignità del lavoro e libertà dell’azione sindacale che sono il cuore del nostro «Statuto dei diritti dei lavoratori». E non può che essere così almeno per chi – come lo stesso Giacomo Brodolini, il padre politico di questa legge – ha sempre scelto di stare da una parte sola, dalla parte dei lavoratori. Il ricco e variegato osservatorio delle dinamiche del lavoro che mi consegna, anche in termini di responsabilità istituzionale, la presidenza del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro mi offre, quest’anno, una prospettiva in parte diversa da quelle tradizionali che normalmente si collocano tra l’enfasi della celebrazione e la nostalgia del ricordo rispetto a una stagione politica e sindacale che ha profondamente segnato l’evoluzione del nostro Paese e della nostra società. Non sono mancate, negli anni, proposte più o meno articolate di rivisitazione e modernizzazione di una normativa come quella dello Statuto, storicamente condizionata, nel suo strumentario tecnico-giuridico e nel suo retroterra politico-culturale dalle esigenze di tutela della libertà e della dignità della persona che lavora rispetto ai contesti produttivi e di organizzazione del lavoro tipici del Novecento industriale e della fabbrica fordista. Quello che, invece, è mancato è il concorso delle istituzioni, in termini di contributo di conoscenza condivisa, circa l’effettiva applicazione di questa vasta e complessa normativa rispetto alle profonde trasformazioni da tempo in atto nell’economia e nella nostra società che, non poco, hanno inciso sui tre cardini attorno a cui ruotano le relazioni di lavoro: la professionalità, i luoghi di lavoro, i tempi di lavoro.

Non possiamo, del resto, dimenticare che lo Statuto dei lavoratori è frutto delle lotte operaie della fine degli anni Sessanta, nate in risposta a una diffusa mancata applicazione delle leggi sul lavoro e a un aperto contrasto alla presenza sindacale nelle fabbriche. Da questo punto di vista, la redazione della legge 300 beneficiò notevolmente dell’ingente materiale di documentazione e analisi – pubblicato in 25 volumi (28 torni) tra il 1958 e il 1965 – elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori in Italia, istituita nel 1955 con l’obiettivo di svolgere un accertamento concreto sulle condizioni dei lavoratori nelle aziende. La Commissione si concentrò, in particolare, sull’applicazione della legislazione a tutela della salute dei lavoratori, sul rispetto dei contratti, nonché sulle condizioni morali e umane nei luoghi di lavoro, al fine di proporre «provvedimenti atti a migliorare e perfezionare il sistema protettivo del lavoratore e la sua rigorosa applicazione». Se lo Statuto ha così profondamente inciso sulla cultura del lavoro e sulle prassi aziendali, portando la democrazia nei luoghi produttivi, è anche grazie all’imponente e profondo lavoro istruttorio che l’ha preceduto. Impossibile che qualcosa di nuovo possa emergere oggi, nel dibattito politico e sindacale, se non si esce dalla sterile contrapposizione “muro contro muro” e non si iniziano ad affrontare i gravi problemi del lavoro, partendo da una condivisione dei dati e delle informazioni disponibili.

Lo Statuto, che abbiamo ereditato dalle lotte operaie del Sessantotto, fotografa perfettamente un’epoca largamente superata, con la fine del fordismo, già più di cinquant’anni fa, proprio mentre il Parlamento confezionava il testo della legge 300 del 20 maggio 1970. Il mondo, da allora, è profondamente cambiato e non solo per le conseguenze di un’incessante evoluzione tecnologica a basso tasso di occupazione e crescita. A pesare sono, soprattutto, le mancate risposte della politica, in termini di riforme condivise rispetto alla necessità di modernizzare il mercato del lavoro, come documentato inesorabilmente dai dati su debito pubblico, salari e produttività.

Difficile dire se potremo rivedere, nei prossimi anni, un ritorno della concertazione e della stagione dei patti sociali. È quanto mai auspicabile un confronto tra il governo e le parti sociali che sia capace di anteporre i fatti e le analisi alle ideologie e alle pregiudiziali politiche, come avvenuto con lacerazioni nel 1984, con il protocollo di San Valentino, e come invece accaduto, in termini unitari, con il protocollo del 23 luglio 1993 sulla politica dei redditi, sugli assetti della contrattazione collettiva e sulle politiche del lavoro. È mia profonda convinzione, non da oggi, che i Padri costituenti abbiano avuto grande lungimiranza nel decidere, con l’articolo 99 della Costituzione, di istituire il CNEL come organo di consulenza delle Camere e del Governo nelle materie economiche e sociali, affidando a esperti e a rappresentanti delle categorie produttive e delle forze sociali il compito di costruire basi informative condivise per accompagnare e favorire le delicate fasi della decisione politica e della azione sindacale.

Si può, anzi, dire che grazie anche alla legge Mattarella del1986, di specificazione delle attribuzioni del CNEL, si siano poste le giuste condizioni per contribuire alla messa a fuoco degli elementi fattuali del mercato del lavoro e della contrattazione collettiva attorno a cui avviare il processo di elaborazione della legislazione in materia di lavoro, superando, così, una stagione di contrapposizioni ideologiche e di radicalismi che, sui delicati temi economici e sociali, non aiutano a far evolvere il nostro Paese e stare al passo con le trasformazioni in atto. È su queste basi che è necessario perseguire una «utopia positiva», ieri possibile, oggi doverosa: da una società a retribuzione fissa a una società post-industriale centrata sulla connettività e sulle reti. Da un mondo di salariati sempre sull’orlo del baratro della disoccupazione a un pianeta della piena occupazione, in cui i lavoratori partecipino all’organizzazione del lavoro e ai relativi rischi d’impresa. Non è più adeguato ai tempi un sistema che ha fatto del salario un feticcio, rigido, e dell’occupazione e del capitale umano una variabile di aggiustamento. La prospettiva deve essere ribaltata.

L’attenzione alle dinamiche reali dei mercati del lavoro impone, in ogni caso, una revisione critica dell’idea stessa di lavoro su cui nel tempo si è costruito l’ordinamento del diritto stesso in chiave prevalentemente difensiva e di polemica verso il mercato, attraverso il ricorso alla norma inderogabile di legge e di contratto collettivo. Le attuali prospettive di sviluppo economico aprono spazi inesplorati per valorizzare la dimensione soggettiva e creativa del lavoro e, cioè, la dimensione di “senso e di partecipazione” che deve accompagnare e integrare l’inevitabile dimensione economicista e di scambio. Pur con tutte le paure e le insicurezze che questo comporta, l’essere umano ha nelle sue mani, nell’utilizzo consapevole di tecnologie che riducono i lavori faticosi e ripetitivi e nella possibilità di una più equa distribuzione di una ricchezza mai conosciuta nella storia dell’umanità, un percorso verso la conquista non solo di quella libertà nel lavoro di cui si è sin qui occupato lo Statuto dei lavoratori, ma anche della libertà del lavoro: l’affermazione della propria dignità e personalità attraverso il lavoro, tutt’altra cosa rispetto a una semplicistica liberazione dal lavoro suggerita da chi spinge per un reddito incondizionato di cittadinanza che prescinda dallo svolgimento di un mestiere o una professione.

Tutto questo non significa cancellare le conquiste dello Statuto dei lavoratori, ma ricordarci che esso è stato, innanzitutto, espressione di un principio e di un metodo che non possiamo che confermare: il principio della centralità della persona nei processi economici. Perché il lavoro non è solo un fattore della produzione. Quanto soprattutto un bisogno della persona nella sua dimensione sociale e relazionale. Il metodo della partecipazione e del confronto, anche dialettico e conflittuale se serve, ma pur sempre orientato al pieno sviluppo della persona e della società, per contribuire a una soluzione condivisa dei problemi del mercato del lavoro, riconoscendo l’inevitabile centralità anche dei corpi intermedi e della rappresentanza.