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CORRIERE DELLA SERA. Prima che il Galli stoni ancora, spieghiamo perché non capisce nulla di Forza Italia e della sua gente

 

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Una cultura di destra? E’ stata questa la cifra vera che ha caratterizzato e caratterizza ancora l’esperienza di Forza Italia? Galli della Loggia non ha dubbi.

 

Noi, al contrario, riteniamo che quella sia una semplificazione eccessiva. Le culture che sono confluite in quest’esperienza sono le più diverse: da quella cattolica, a quella liberale, a quella socialista.

 

Poi c’è, naturalmente, quella di una destra che ha storicizzato, metabolizzato e quindi abbandonato i riferimenti al ventennio fascista.

 

Il tutto condito da una forte dose di riformismo che si è sedimentata nella tensione verso l’innovazione e che, seppure in parte, ha prodotto riforme importanti, anche se non tutte andate a buon fine a causa della pregiudiziale opposizione di una sinistra, che è sopravvissuta, da un punto di vista culturale, alla caduta del muro di Berlino.

 

Bisogna partire da qui per respingere le tesi di Galli della Loggia e la sua antropologia tagliata con l’accetta. Le riforme alle quali si è lavorato hanno incontrato fin dal’inizio una resistenza sorda.

 

Si pensi solo alla necessità di abbattere la pressione fiscale, ridimensionando il perimetro dello Stato.

 

La risposta fu l’accusa di voler demolire le pubbliche finanze nell’interesse di pochi: i ceti più abbienti. E di abbattere ogni elemento di solidarismo. Anche quando le pensioni minime venivano innalzate.

 

Oggi – paradosso della storia – quell’operazione la realizza Matteo Renzi, per miopi calcoli elettoralistici che rischiano di riportare il Paese nel gorgo dei mercati finanziari, pronti a giocare al ribasso contro i nostri titoli di Stato.

 

Basterebbe questo accenno per invitare ad una riflessione più approfondita. Che non può trascurare quanto, in effetti, è stato fatto: dalla riduzione del primo scaglione dell’IRPEF – per tutti e non solo per alcuni – alla riforma della PA – basata sul merito e su adeguati “piani industriali” – e della scuola, non più prigioniera degli interessi corporativi di una parte del corpo insegnante. Per poi ricordare la riforma delle pensioni, per adeguare il tempo di lavoro all’allungamento della speranza di vita. Quindi il bonus bebè, la politica a favore della famiglia, pur nelle ristrettezze finanziarie. La social card. E via dicendo.

 

Alcune di questi temi riformatori dominano ancora la scena politica. Il federalismo, con l’individuazione della tecnica dei costi standard, è ancora lì in attesa di una possibile attuazione.

 

Per non parlare della modifica del Titolo V, inserita in un contesto più ampio che riguardava l’intera architettura costituzionale, che la sinistra ha poi fatto fallire con il ricorso al referendum abrogativo.

 

Basta paragonare quell’impianto, che avrebbe richiesto il concorso fattivo della stessa opposizione, alle confuse proposte sull’abolizione del Senato per cogliere tutte le differenze. E che dire della politica estera? In quegli anni l’Italia ha cercato di giocare un ruolo importante, tanto nell’Europa più vasta, che comprendeva anche la Russia di Putin, quanto nel Mediterraneo.

 

Qual è oggi la pallida politica estera italiana?

 

Questo retroterra ha ben poco a che vedere con la prospettiva indicata da Matteo Renzi, nel quale abbiamo riposto una fiducia che sta progressivamente venendo meno. Abbiamo implicitamente contribuito alla sua affermazione, nella speranza che accelerasse quei cambiamenti culturali nel suo partito che sono il presupposto di un “Paese normale”.

 

Com’è solito ripetere Massimo D’Alema. Ma non sembra questo l’obiettivo per il quale sta lavorando. Finora gli annunci sono stati tanti. Addirittura eccessivi. Compresi quelli sulla giustizia.

 

Tanta carne al fuoco, ma nessun risultato.

 

Ed allora il sospetto è d’obbligo. Il fatto è che Matteo Renzi non intercetta alcuna grande corrente culturale. E’ solo prigioniero di un cliché comunicativo, anche efficace, ma non basta questo per governare un Paese grande come l’Italia.

 

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