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SENATO. La riforma costituzionale di Renzi non s’ha da fare. È un impasto demagogico senza né capo né coda. L’unico dato certo è che comanderanno i sindaci. Si passa dalla sovranità popolare alla sovranità comunale. E questo la rende incostituzionale

 
 

Renzi

Il disegno di riforma costituzionale che si sta dipanando in queste settimane presenta tre criticità di fondo che ne inficiano la validità:

 

 

1)   Innanzitutto non è un “disegno”. Esso ruota intorno ad alcuni capisaldi (riforma province, legge elettorale, riforma del regionalismo e del Senato) inidonei a costituire una strategia d’insieme, ma la cui individuazione sembra più che altro il frutto di una logica di conquista demagogica del consenso, perpetrata selezionando casualmente temi all’apparenza più popolari.

 

2)   L’intera strategia di riforma ignora completamente il tema del rafforzamento della legittimazione politico-elettorale dell’esecutivo e del suo vertice. Non solo non si menziona minimamente alcuno dei contenuti che hanno caratterizzato il dibattito sulle ipotesi di premierato forte e di presidenzialismo dell’ultimo venticinquennio, ma addirittura non si addiviene nemmeno a quelle riformette che, seppure in modo insufficiente, si propongono di arginare gli inconvenienti dovuti alla fragilità dei governi di coalizione scarsamente legittimati dal popolo. Ad esempio, la riforma costituzionale presentata dal Governo, non prevede nemmeno il potere di revoca dei ministri su proposta del Presidente del Consiglio.

 

3)   Se un qualche filo conduttore si vuole trovare in tutti questi progetti, l’unico possibile è quello di una sorta di “sindaco-centrismo” evidentemente frutto del background degli ispiratori (Delrio e lo stesso Renzi), ma che non può che apparire del tutto inadeguato (e culturalmente dilettantesco) rispetto alle necessità di riforma di cui l’Italia ha bisogno.

 

 Da quest’ultimo punto di vista è facile sottolineare come tutto venga ricondotto alla centralità dei sindaci. Nel ddl di abolizione delle province, emerge chiaramente l’intento di valorizzare il ruolo dei sindaci financo nelle città metropolitane nelle quale il “sindaco metropolitano” è anche il sindaco del capoluogo dell’area interessata dalla città metropolitana.

 

Oppure nel ddl sulla riforma del Senato, la rappresentanza paritetica di organi estratti del circuito regionale e organi di estrazione locale determina una sovrarappresentazione peraltro casuale degli ambiti comunali.

 

Complessivamente, pertanto, il combinato disposto di tali progetti determina un sistema in cui il principio di sovranità popolare è di fatto spappolato in favore di una sovranità comunale e degli elettorati locali che oltre ad apparire complessivamente incostituzionale rischia di rafforzare le tendenze disgregative del sistema.

 

Una sorta di “democrazia periferica” del tutto incompatibile con il disegno costituzionale, anche perché incide anche sull’elezione di organi come Corte costituzionale, Presidente della Repubblica e CSM, minando l’esigenza di check and balances della liberal-democrazia.

Manca completamente un momento veramente unificatore in cui entri in gioco la sovranità popolare complessivamente intesa. Persino l’eventuale secondo turno per le elezioni della Camera (l’unico momento in cui l’elettore si esprime su una issue nazionale) è radicalmente indebolito dal fatto che quel voto, da un lato, non lo garantisce contro ribaltoni e ribaltini post-elettorali e dall’altro  non premia nemmeno tutte le liste i cui elettori hanno concorso a determinare la vittoria della coalizione arrivata prima.

 

In conclusione, senza una rivisitazione radicale della logica della riforma e senza l’introduzione di un elemento unificatore che consenta alla sovranità popolare di esprimersi nella sua interezza e non attraverso la sommatoria di segmenti locali quale ad esempio l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica, l’insieme delle misure oggi in discussione si dimostra fortemente dubbio sul piano della legittimità costituzionale e pericoloso su quello dell’opportunità politica.

 

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