Quel che è accaduto nella fosca serata di martedì al Senato merita che si accenda un faro per vederci meglio. E – osiamo domandare – perché vi diriga il vigile sguardo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, garante di forma e sostanza della nostra democrazia parlamentare.
Alla Commissione Affari costituzionali si doveva dare il là alla riforma del Senato, cardine del programma istituzionale del governo Renzi. È accaduta una mostruosità che offende il diritto, la logica e il buon senso.
Infatti dapprima si è votato e approvato un documento (l’ordine del giorno Calderoli) con contenuti di indirizzo ben precisi e vincolanti (vincolanti come tutto ciò che viene votato secondo i canoni della democrazia rappresentativa), poco dopo è stato posto ai voti un documento del governo che, spregiando bellamente la volontà dei parlamentari e con il concorso indecente della Presidente Finocchiaro, prescriveva esattamente il contrario.
Questo non poteva e non doveva accadere. Con ogni evidenza un primo voto preclude la possibilità del successivo che lo contraddirebbe, in presenza di unità di materia, contesto, e tempo. Ne bis in idem, dice un principio giuridico che somiglia molto al principio di non contraddizione aristotelico (quarto libro della Metafisica) senza cui non esiste ragionamento sensato.
Se non ci si crede, si legga la tavola dove mettiamo uno dinanzi all’altro i due testi. Sono due Senati di Repubbliche agli antipodi tra di loro. Un documento è scritto con la testa e con le mani, l’altro, per usare decoroso linguaggio, solo coi piedi. Esito: un mostro giuridico a due teste, una digrignante contro l’altra. Horribile visu.
Giustamente Berlusconi ha mantenuto fede alla parola data. Non ha voluto mandare a monte il cammino delle riforme, scegliendo di fidarsi della parola di Renzi, che gli ha prospettato la caduta del cammino di riforme, materia del Patto di gennaio, in caso di bocciatura del testo governativo. Peccato che Renzi non avesse alcun diritto di avanzare questa pretesa leonina. È il classico esempio di azzardo morale.
Ci ponga mente il Capo dello Stato: com’è possibile che la pietra angolare su cui deve reggersi il cammino di riforme istituzionali sia frantumata sin dall’inizio da una lontananza siderale tra la volontà specifica del governo e quello della volontà espressa a chiare lettere da una commissione? Non esiste che il nuovo inizio di una nuova età repubblicana sia macchiato da una distorsione (Camusso) delle regole così da piegare il potere legislativo alla volontà dell’esecutivo. Doveva essere la stagione delle riforme, una primavera di luce e rugiada di novità, siamo alle brume e ai giochini propagandistici della ministra Boschi che si fissa sulla sua riforma scritta con i piedi, e propone un testo di riforma a quel punto irricevibile, e messo ai voti solo grazie alla complicità fuorilegge della Presidente di Commissione. Dovrebbero dimettersi entrambe: Boschi e Finocchiaro.
Com’è potuto accadere che il Presidente Grasso abbia accettato una simile aberrazione, ritenendo validi entrambi i documenti che dicono il contrario l’uno dell’altro?
Per fortuna la catena di comando istituzionale non finisce a Palazzo Madama, ma va più su, fino al Quirinale. Da cui ci aspettiamo una risposta dirimente.