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GOVERNO. La nostra sfida a Renzi sull’Europa. Invece di rimboccarsi le maniche, dopo che Tajani ha evitato il no della Commissione Ue allo spostamento al 2016 del pareggio di bilancio, Padoan cincischia e Matteo si gonfia. Ci sono 100 miliardi da versare alle imprese. Li date o no?

 

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Comprendiamo l’imbarazzo del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. La sua voglia di minimizzare la dura risposta europea, rispetto alla strategia di politica economica proposta. Poteva andare anche peggio, se non fosse intervenuto Antonio Tajani a difendere non la faccia del governo, ma le tasche degli italiani. Se fosse partito l’early warning, vale a dire il primo avvertimento foriero della successiva procedura d’infrazione, gli spread sarebbero schizzati in alto, alimentando nuove spinte destabilizzanti. Padoan doveva, quindi, tirare un sospiro di sollievo e rimboccarsi le maniche nell’accelerare quanto promesso. A partire dal pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, che restano al palo.

Non sappiamo se la cifra indicata dalla CGIA di Mestre – oltre 100 miliardi di euro – sia quella più esatta. Ignazio Visco, nella sua relazione all’Assemblea dei partecipanti della Banca d’Italia, ha dato contezza dei pagamenti finora effettuati, che secondo l’Istituto d’emissione, non dovrebbero superare i 15 miliardi, a far data dalle prima indagine, che risale ormai all’epoca non rimpianta del governo Monti. Allora le previsioni parlavano di 90 miliardi. Oggi il loro peso è pari a 75.

Eppure per accelerare i pagamenti non sono necessari nuovi interventi legislativi.

Quel che occorre – o meglio occorreva fin dall’inizio – era la costituzione, a livello centrale, di una task force, capace di monitorare e pungolare gli inetti. Redarguire i ritardatari. Punire coloro che, per motivi più o meno confessabili, insabbiano pratiche e documenti. Lo avevamo proposto in tempi non sospetti, ma non siamo stati ascoltati.

Non è semplice inerzia burocratica, è vero e proprio sabotaggio in un momento così difficile per la vita di migliaia di aziende, specie se di piccola dimensione. Quella del pagamento dei debiti pregressi poteva essere una leva potente che rimetteva in moto quel poco che va dell’economia italiana. Gli stessi eurocrati di Bruxelles ne erano consapevoli al punto da chiudere entrambi gli occhi di fronte al crescere del debito pubblico italiano, se originato dalle necessità di far fronte a quelle esigenze. Ed invece il debito continua a crescere, ma senza i dovuti pagamenti. Mentre il credito continua ad essere centellinato con il contagocce.

Insistiamo su questo argomento non per sadismo nei confronti di un Matteo Renzi, scioccamente baldanzoso che snobba la Commissione europea. “Non ci hanno imposto la manovra – avrebbe detto secondo “La Repubblica” – ma se anche lo avessero fatto non gli avrei dato retta”. Come se il timore fosse per quel di Bruxelles e non per l’inevitabile e conseguente risposta dei mercati. Ancora apparentemente calmi, ma con crescenti segni di nervosismo.

Del resto le concrete scelte del governo si dimostrano talmente contraddittorie, da risultare insostenibili. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è quanto avvenuto in Senato. Si discuteva del controverso provvedimento del bonus elettorale, concesso solo ad una limitata platea di beneficiari. Un classico intervento per far convergere sul Pd i consensi dei suoi tradizionali alleati, del tutto svuotati di ogni potere contrattuale.

Il tentativo era stato quello, formulato in un emendamento, di prendere come base d’imputazione non il reddito del singolo individuo, ma quello familiare. Ragionamento ineccepibile. Se il nucleo della famiglia è composto da due lavoratori dipendenti, che guadagnano meno di 26 mila euro, il bonus si raddoppia.

Se a lavorare è uno solo, e magari deve mantenere una progenie numerosa, gli 80 euro mensili, divisi per il numero di mesi lavorati, non garantiscono nemmeno il costo delle merendine.

 

E’ una delle tante assurdità del sistema fiscale italiano. E non si venga a dire che si tratti di una scelta europea. In Francia, le aliquote che gravano sul reddito, sono simili a quelle italiane.

 

La differenza sta nell’abbattimento: la formula è quella dello splitting. Per il coniuge a carico e per ciascun figlio si calcola un forte abbattimento. Risultato? Una famiglia italiana è tassata con un’aliquota media che è pari al doppio, se non al triplo di quella dei nostri cugini.

 

Va bene che la sinistra italiana sia più sensibile ai problemi della distribuzione del reddito, che non alle esigenze della produzione e dello sviluppo. Ma, almeno, in questo campo sono molte le cose che deve imparare. Ed invece ci si comporta come se fossimo ancora in pieno ‘900: quando il nucleo essenziale della forza produttiva italiana era rappresentato dall’operaio maschio, asservito alla catena di montaggio. Nei confronti del quale organizzare l’intero welfare, dalle pensioni d’anzianità alla difesa ad oltranza del posto di lavoro.

 

Che poi tutto questo escluda i veri poveri, a partire dai pensionati, per non parlare dei giovani e delle donne, diventa un elemento trascurabile. Ma anche la dimostrazione di un deficit analitico e culturale che impedisce di cogliere il senso delle grandi trasformazioni sociali e morfologiche, che, nel frattempo, hanno cambiato la realtà contemporanea.