Se insistiamo da tempo sui temi dell’economia, una ragione ci sarà. Forse la stessa che indicava Renato Zero, in una sua celebre canzone, in cui si celebrava la fine di un amore. L’amore per un’Italia che non riesce a uscire dalle secche di una storia infinita. Che “è sull’orlo – come avverte Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di oggi – di un vero è proprio declino storico”.
Da cui si può tentare di uscire solo se si ha il coraggio di “dirsi – è sempre l’editoriale del Corriere – in faccia un po’ di verità”. Nel nostro piccolo, questa religione l’abbiamo praticata con insistenza.
Non siamo andati alla ricerca del pelo nell’uovo, per denunciare le cose che non vanno; ma abbiamo preso di petto le fanfaronate, la riproposizione di vecchie posizioni culturali, imbellettate dal giovanilismo; ma sempre lì immobili come pietre nel contribuire all’inevitabile declino.
Non è stata una posizione confortevole, la nostra. Il più delle volte abbiamo predicato nel deserto, mentre una stampa codina, nelle migliori delle ipotesi, semplicemente ci ignorava.
Lo stesso Corriere della Sera, oggi così preoccupato negli editoriali – leggetevi Panebianco di domenica – dei suoi intellettuali di punta, fino a ieri spargeva cloroformio.
La battaglia brussellese? Un grande successo di Matteo Renzi. I rilievi della Commissione europea? Conta la politica, bellezza.
I burocrati scrivono documenti inutili, ma le decisioni sono un’altra cosa. La più che probabile manovra d’autunno? I tecnici del Tesoro la escludono e noi – lasciava ancora intuire Via Solferino – con loro. All’improvviso tutto questo sembra essere venuto meno.
E’ il grande risveglio di coscienze per troppo tempo addormentate. “Nel complesso – scrive oggi il Corriere, correggendo quanto aveva suggerito ieri – le cose non vanno oggettivamente bene” come ammettono i tecnici di Palazzo Chigi e di Via XX settembre”.
“Oggettivamente”: appunto le nostre critiche erano nient’altro che oggettive. Riflesso di un’osservazione attenta della realtà italiana. Filtrata attraverso le lenti di un cosmopolitismo che non è il terzomondismo – fenomeno residuale in tempo di globalizzazione – né l’appiattimento o l’assistenzialismo. Con Deng Xiaoping, il padre della Cina moderna, siamo convinti da tempo che lo stesso socialismo non può essere “amministrazione della miseria”.
Che quella consapevolezza antropologica rappresenta l’anello di congiunzione con i nuovi principi del liberalismo, dopo il crollo del muro di Berlino e la scomparsa dell’evil empire. L’impero del male di cui parlava Ronald Reagan.
Che riprendere il sentiero dello sviluppo significa rimettere in moto, come avviene nella maggior parte del Mondo contemporaneo, le moltitudini. Dar loro obiettivi concreti, che possono essere conseguiti solo con un rinnovato impegno personale, che non si affida allo Stato postino, ad un welfare spendaccione ed inefficiente o ad una solidarietà pelosa che ha sempre meno da distribuire.
Su questa piattaforma ideale, verificata dall’osservazione continua e puntuale dei dati che tutti possono analizzare, abbiamo costruito la nostra opposizione. Non per spirito partigiano, ma consapevoli dei limiti di chi continuamente ci ripropone il tema di una presunta “anomalia” italiana, dall’alto della quale impartire lezioni – com’è avvenuto nel recente vertice europeo – al resto del mondo.
Come una goccia che scava la pietra, cogliamo ora i primi risultati. Condividiamo le preoccupazioni di Graziano Delrio, il suo andare contro corrente rispetto alla sicumera del Presidente del Consiglio, che lo stesso giorno esclude, in modo gladiatorio, ogni possibile intervento della Troika. Come se di fronte all’eventualità di una tempesta, il piccolo vascello italiano potesse resistere alla forza dei marosi.
Come condividiamo la determinazione di Angelino Alfano nel voler cambiar pagina e, con essa, l’agenda governativa.
Sugli argomenti portati – lo shock fiscale, una frustrata antiburocratica e l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori – abbiamo insistito da tempo. Abbiamo raccontato il recente esperimento spagnolo, con il forte abbattimento delle aliquote fiscali a favore delle famiglie e delle imprese.
Abbiamo ripetuto che fu un errore uscire, per semplici motivi di prestigio, dalla procedura d’infrazione, quando l’Italia non era ancora in grado di offrire le necessarie garanzie. Era meglio seguire la Francia, la Spagna o l’Olanda; ma nel frattempo impostare quelle riforme, che oggi lo stesso NCD reclama a gran voce, ma non si sa con quale risultato.
Continueremo a seguire la nostra rotta, cercando di rintuzzare l’inutile chiacchiericcio, le fanfaronate di chi vorrebbe anticipare la “legge di stabilità per ferragosto” dimenticando che esistono procedure di legge che regolano quel percorso.
Insisteremo, con la calma di sempre, sui nostri suggerimenti. Convinti come siamo che i fatti hanno la testa dura. E che, se si è nel giusto come riteniamo di esserlo, verrà il momento – più ravvicinato di quanto a prima vista possa sembrare – in cui il puzzle si ricomporrà. E chi ha bluffato, al tavolo da poker, ci lascerà le penne.