“Nella sua intervista di oggi al Corriere della Sera, il ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio ha dichiarato di attendere ancora che i vincoli di bilancio vengano resi noti dall’Unione Europea. L’affermazione ha davvero dell’incredibile, se si pensa che ad averla fatta è un membro dell’esecutivo, che si suppone li conosca meglio di chiunque altro e, soprattutto, considerando che questi vincoli-parametri sono perfettamente noti da tempo, sia nella loro misura più stringente che discende dalle regole contenuti nei trattati europei, relativi al rapporto deficit/Pil e debito/Pil, sia nella loro misura misura più blanda che, per tranquillizzare i mercati nei giorni più drammatici, lo stesso governo si è autoimposto per bocca del suo ministro dell’economia Giovanni Tria, ossia il “non peggioramento del saldo strutturale”, quello corretto per il ciclo e per le componenti una tantum.
Non riusciamo a comprendere se il ministro Di Maio ignori che nell’Unione Europea le finanze pubbliche degli Stati membri debbano rispettare le soglie massime del 3% nel rapporto deficit/PIL e del 60% nel rapporto debito/PIL, scritte da anni nei trattati europei, o se non sia a conoscenza degli obiettivi di finanza pubblica per il prossimo triennio concordati dal governo italiano con Bruxelles, che sono tutti scritti nel Quadro Tendenziale del Documento di Economia e Finanza appena approvato dal Parlamento. Nella tabella, si legge che l’indebitamento netto previsto è pari al -1,6% del Pil per il 2018, al -0,8% per il 2019 e allo zero (pareggio di bilancio) per il 2020. La variazione del saldo strutturale prevista è, invece, pari a -1,0%, -0,4% e +0,1% per lo stesso triennio.
In realtà, oltre ad essere già noti gli obiettivi di finanza pubblica per i prossimi anni, anche le dimensioni della prossima Legge di Bilancio stanno diventando ogni giorno più chiari. L’intervento correttivo richiesto per raggiungere l’obiettivo di deficit concordato con Bruxelles è pari allo 0,3% quest’anno (circa 5 miliardi di euro) e allo 0,6% per il 2019 (circa 10 miliardi di euro). Ci sono poi le clausole di salvaguardia sull’aumento dell’Iva da sterilizzare, un intervento che costa 12,4 miliardi di euro, il finanziamento delle spese indifferibili (3,5 miliardi), il costo per maggiori interessi sul debito pubblico, dovuto all’impennata dei rendimenti dei nostri titoli di Stato per effetto delle dichiarazioni dei responsabili economici del governo (4 miliardi) e il “costo” della riduzione del tasso di crescita del Pil stimato per i prossimi anni (2,5 miliardi). La cifra complessiva è di ben oltre 30 miliardi di euro che il Tesoro deve trovare soltanto per finanziare le spese del 2018, in assenza di uno sconto (flessibilità) sul deficit da parte della Commissione Europea e nell’ipotesi che non venga finanziato neanche un euro dell’ambizioso programma economico da 100 miliardi di euro di Lega e Movimento Cinque Stelle, ovvero senza che nella Legge di Bilancio entri il reddito di cittadinanza, la flat tax, i costi standard per la sanità, la riforma Fornero, ecc.
Con questa situazione contabile davanti e in presenza di ministri che intendono fare politiche economiche senza nemmeno conoscere le regole del gioco, possiamo soltanto prepararci al bombardamento dei mercati finanziari per il prossimo settembre, come paventato ieri dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Giancarlo Giorgetti e dare ragione all’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni quando dichiara che “con questo governo il peggio deve ancora arrivare”. Considerando nelle mani di chi siamo, non possiamo che attenderci un autunno molto caldo per le nostre finanze pubbliche”.