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Il crollo dell’Europa. O si cambia registro oppure la catastrofe travolgerà tutto il sistema. Analisi del discorso di Draghi e dei conflitti tra governi dagli interessi troppo diversi

 

Alla dichiarazione di impotenza di Mario Draghi, al quale va tuttavia riconosciuto di essere andato oltre il possibile, è seguito l’inevitabile. Borse in picchiata e spread in rialzo.

Una vera e propria fuga dal rischio e dal possibile futuro. Quella speranza di futuro che, come ha ricordato lo stesso presidente della BCE, rappresenta il lievito effettivo di ogni economia. Senza il quale ogni misura tecnica, per quanto ardita e sofisticata, non è in grado di rimettere in moto la voglia di rimettersi in cammino.

Oggi avere speranza è sempre più difficile. Non basta l’ottimismo della volontà se il pavet su cui dovrebbe sorreggersi non ha alcuna consistenza. Draghi è stato impietoso nel descrivere i dati della situazione economica. Che si mostra ben più drammatica di quello che poteva sembrare. E di questa denuncia, fin troppo cruda, alcuni gliene fanno una colpa. Al punto tale che è dovuta intervenire la stessa BCE, nel precisare che il rally negativo delle borse era iniziato ben prima che a Napoli si aprissero i lavori della conferenza dei governatori delle banche centrali.

C’è tuttavia un dato che è forse sfuggito ai commentatori meno attenti. In borsa non si è verificata un’ecatombe generalizzata. Wall Street, che all’inizio aveva subito gli effetti di un sentimento più che condiviso, in chiusura ha virato in positivo, mettendo a segno un piccolo rialzo. Certo: poca cosa. Ma se paragonata ad un perdita media delle borse europee di circa il 3 per cento, le differenze sono non solo significative. Ma la dicono lunga. Lasciano intravvedere ciò che potrebbe succedere da qui a poco: un forte deflusso finanziario dalla vecchia Europa a favore di mercati più competitivi.

È quindi all’Europa – soprattutto all’Eurozona – che bisogna guardare.

Alla sua crisi profonda: che da economica si sta trasformando in una crisi politica dagli esiti imprevedibili.

È nelle cose. Una regola universale, che appartiene addirittura al diritto naturale, ci dice che quando la prestazione a carico del debitore diventa eccessivamente onerosa, la stessa diventa inesigibile. È quanto si verifica per la Francia e, seppure in misura minore, per l’Italia. Ma il fatto che questi due Paesi rappresentino oltre il 50 per cento del potenziale produttivo dell’Eurozona dovrebbe far riflettere. Si può ancora parlare di un assetto unitario, caratterizzato da regole condivise?

Se ognuno procede, come sta avvenendo in ordine sparso, costruendosi un proprio menù del lecito e dell’illecito, rischia di venir meno l’idea stessa di comunità. Che è tale solo se le relative regole conservano un minimo di cogenza. Sennonché queste semplici osservazioni sollevano un secondo problema. Quali sono le ragioni di fondo che alla fine fanno prevalere l’istinto di auto conservazione nel rigettare una prestazione ritenuta o divenuta troppo onerosa? Al punto tale da alimentare il dilemma: rispetto della regola o relativo suicidio.

Stefano Folli, sulle pagine de Il Sole 24 Ore, ha messo bene in evidenza questa contraddizione. Il suicidio, quello evidentemente politico, che Hollande o Cameron vogliono evitare li porta a non obbedire. Così in Francia si devono fare i conti con Marine Le Pen. In Inghilterra con Farage. La conclusione ci porta a esortareMatteo Renzi a non cedere a certe lusinghe. Il consenso di cui gode in Italia lo colloca in una situazione ben diversa. Fare sponda con i francesi potrebbe, pertanto, essere pericoloso, a causa della possibile risposta negativa dei mercati.

L’analisi è suggestiva. Non risponde tuttavia all’interrogativo che abbiamo posto fin dall’inizio. Perché la prestazione è divenuta troppo onerosa? Colpa delle riforme non fatte: è la risposta. Tutto vero, ma non basta. Come mostrano i fondamentali  dell’equilibrio economico che si è consolidato nell’Eurozona.

Secondo i dati forniti dalla Commissione europea, nel 2013, l’attivo della bilancia dei pagamenti europea è stato pari a 251 miliardi di euro. Il 2,6 per cento del reddito complessivo. Il surplus tedesco vi ha contribuito per oltre 202 miliardi, pari a più dell’80 per cento. Per avere un parametro di confronto, si consideri che, nello stesso periodo, l’attivo cinese è stato pari a 244 miliardi di dollari: 32 miliardi in meno rispetto all’Eurozona. Mentre gli Stati Uniti hanno fatto registrare un deficit di 392 miliardi.

Quali sono state le conseguenze? Un euro eccessivamente forte ed una latente spinta verso la deflazione, che ha  penalizzato soprattutto i Paesi più deboli. I quali, da un lato non possono esportare verso Berlino (la più importante piazza europea), la cui domanda interna è compressa per favorire le esportazioni, e dall’altro incontrano crescenti difficoltà verso gli altri mercati, a causa di un cambio troppo elevato. Da qui la tendenza accentuata ad un ristagno produttivo, destinato a pesare non solo sull’economia reale (si veda il livello raggiunto dalla disoccupazione), ma sugli stessi equilibri finanziari. In definitiva la persistenza di uncircolo vizioso, che distrugge ogni speranza e alimenta la sfiducia.

Finora nella morsa – mancanza di riforme e peso eccessivo del vincolo estero – era stata solo l’Italia. La Francia l’ha raggiunta. Certo un asse franco-italiano sarebbe la somma di due debolezze.

Ma potrebbe anche diventare lo strumento per costringere la Germania a fare quello che finora ha, testardamente, nonostante le sollecitazioni americane e internazionali, rifiutato di mettere in pratica. Rendendosi responsabile di quel peccato mortale da cui si deve liberare, affinché l’Europa possa uscire dal pantano in cui è precipitata.

 

Il Mattinale