Signora Presidente,
quanta ipocrisia! È chiara la situazione: noi siamo qui, in quest’Aula, per dare un palcoscenico al Partito Democratico, che vuole eliminare dal dibattito parlamentare, e fuori dal Parlamento, il corpo contundente dei vitalizi, che sarebbe stato usato, nel caso non si fosse affrontato in Aula in queste modalità, dal Movimento 5 Stelle nelle prossime scadenze elettorali: Sicilia e politiche.
A questo punto, che ti fa il partito di maggioranza relativa, dopo alcuni tentennamenti (decidere in Ufficio di Presidenza, no, decidere con la Richetti)? Decide di fare una surenchère, di essere più realista del re, e di superare il Movimento 5 Stelle in demagogia o populismo. L’originaria proposta Lombardi riguardava solo il futuro, la Richetti riguarda il futuro e il passato, non rendendosi conto, il Partito Democratico, che troverà sempre ‘un più puro che ti epura’.
Quanta ipocrisia! Anche perché, fosse questa la volontà di cancellare una volta per tutte questo abominio dei vitalizi, salvo che c’è il retropensiero, signora Presidente, che tanto al Senato si insabbierà tutto. Addirittura qualcuno dice che c’è già l’accordo al Senato per insabbiare tutto. E quand’anche non si insabbiasse tutto e il Senato modificasse il provvedimento, il provvedimento poi dovrebbe tornare alla Camera, e saremmo già nei termini dello scioglimento del Parlamento stesso: novembre, dicembre.
Quanta ipocrisia! E per fare questo, che chi fa il Partito Democratico? Mette in moto un meccanismo che dire aberrante è poco. Cioè, per ottenere questo risultato di togliere l’arma contundente al Movimento 5 Stelle, produce un provvedimento retroattivo incostituzionale.
Ricordo a me stesso – visto che le ho vissute non solo come parlamentare ma anche come economista – e ricordo a tutti cos’è stata la riforma Dini. La riforma Dini è stata la riforma che ha introdotto nel nostro Paese, dopo un grande dibattito durato un anno, con il consenso delle parti sociali, del sindacato, e con una grande maggioranza in Parlamento, il metodo di calcolo contributivo invece del metodo di calcolo retributivo.
Ricordo a me stesso che il metodo di calcolo contributivo, pure all’interno del sistema a ripartizione, che è il sistema in vigore nel nostro Paese, porta i contributi previdenziali in equilibrio assoluto tra contributi versati, montante e vitalizio percepito. Perché? Perché i contributi versati con il sistema contributivo vengono rivalutati sulla base degli andamenti quinquennali del prodotto interno lordo, e se la speranza di vita dovesse aumentare nel frattempo, attraverso le modifiche decennali del coefficiente di trasformazione, si allunga certamente la speranza di vita, ma si riduce l’assegno pensionistico, il vitalizio, o si riduce il montante.
Questo è il sistema, il metodo di calcolo contributivo all’interno di un sistema a ripartizione, e cioè: con una mano si prende e con l’altra si paga; che è cosa diversa dai metodi a capitalizzazione, che sono propri dei sistemi assicurativi privati.
Bene. Cosa fa la riforma Dini? Stabilisce che dal 1° gennaio 1996 i neo assunti abbiano il metodo di calcolo, per la loro pensione, quindi per i quarant’anni successivi, contributivo, ponendo l’attenzione per tutti quelli che al 1° gennaio del 1996 avessero già una posizione lavorativa e una posizione contributiva in essere, dividendoli in due fasce: coloro che avevano più di diciotto anni che avrebbero continuato con il sistema di calcolo retributivo; laddove invece coloro che avevano meno di diciotto anni di attività e di contribuzione avrebbero avuto un sistema di calcolo misto pro quota e pro rata, per cui alla fine della loro attività lavorativa avrebbero avuto un calcolo misto.
Ricordo a me stesso, signora Presidente, un’altra cosa perché si dice retributivo e contributivo ma occorre essere chiari. Ci ricordiamo tutti cosa vuol dire metodo di calcolo retributivo, cioè che il vitalizio, la pensione, viene calcolata non sui contributi versati ma viene calcolata in base agli anni dei versamenti, normalmente quaranta, ma a volte anche molto meno e ad un coefficiente, identificato dal compianto Ministro del Lavoro di allora, Brodolini, pari a 2 che moltiplicava gli anni di contribuzione, 2 per 40 che fa 80.
Quell’80 diventava una percentuale, coefficiente 80 per cento, che si applicava all’ultima retribuzione (dipendenti pubblici); alla media degli ultimi cinque anni delle retribuzioni oppure, negli ultimi tempi, ai migliori cinque anni degli ultimi dieci e da questo moltiplicazione della percentuale dell’80 per cento veniva fuori l’entità della pensione. Quindi un’entità della pensione che non aveva nulla a che fare con i contributi versati in ragione del fatto che allora il numero degli attivi moltiplicato per la quota dei contributi, normalmente il 33 per cento, come massa contributiva era superiore alla massa della spesa che era data dal numero dei pensionati per la pensione media.
Questo era l’equilibrio fino alla legge Dini. Anzi prima della Dini si sono verificati squilibri legati al cambiamento tecnologico e al mutamento del mercato del lavoro talché si è dovuto cambiare, ma si è cambiato in maniera responsabile cioè stabilendo quelle tre fasce: i nuovi assunti, i lavoratori che avevano almeno 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 e i lavoratori che avevano meno di 18 anni di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996 in maniera tale da non produrre un brusco scalone e squilibrio.
Forse – questo sì – quando fu introdotta la legge Dini, ecco forse è motivo di rammarico che il Parlamento avrebbe dovuto cambiare da allora, 1996, anche per i membri del Parlamento il metodo di calcolo per il futuro naturalmente, magari con lo stesso dosaggio per fasce. I nuovi parlamentari e coloro che avevano una anzianità in maniera tale da avere un parallelismo. E qui vien fuori la novità: si è dovuto aspettare il 2011, Governo Berlusconi, perché questo adeguamento del sistema di calcolo – niente di più: è solo un adeguamento del sistema di calcolo – venisse fatto dal Governo Berlusconi non con una legge ma con una delibera dell’Ufficio di Presidenza in autodichia in cui si modificò il sistema di calcolo per cui ai contributi versati sarebbe corrisposto un vitalizio in ragione del numero degli anni e in ragione della rivalutazione come previsto dalla legge Dini cioè con rivalutazioni quinquennali in ragione delle dinamiche del prodotto interno lordo.
Quindi – lo ricordo a me stesso – i vitalizi come dire devianti rispetto alla normativa generale definita dalla legge Dini non esistono più nel nostro Parlamento. Il problema adesso che si pone è il seguente: è accettabile per una ragione di mero palcoscenico applicare il metodo di calcolo contributivo in maniera retroattiva come avrebbe fatto Orwell nel suo straordinario romanzo 1984? È possibile fare questo al di là dei problemi tecnici che hanno portato la Ragioneria generale dello Stato ad alzare le mani? È possibile applicare retroattivamente il metodo di calcolo contributivo? Da economista dico, beato chi ci riuscirà. Perché pensare di andare a ritroso nelle storie contributive dei parlamentari di dieci, venti, trenta, quarant’anni fa, ricalcolare gli andamenti del PIL su base quinquennale rivedendo i montanti così rivalutati, non solo è un’operazione quasi impossibile ma che potrebbe portare anche a paradossi cioè ad aumentare, se facciamo riferimento a periodi felici della nostra storia economica in cui il PIL cresceva del tre, quattro, cinque per cento – vado molto lontano però, vivaddio, l’età dei parlamentari in pensione ai quali auguro lunga vita può anche risalire a quei periodi – a rivalutazioni dei montanti contributivi di allora secondo tassi di incremento del PIL, non di decimali come siamo stati abituati noi in questi ultimi anni, ma rilevanti.
Mi sembra un’operazione impossibile: è talmente impossibile o talmente difficile che la Ragioneria generale ha alzato le mani. E quindi il provvedimento in esame nasce senza il bollino della Ragioneria. Ci hanno spiegato tutti che senza bollino della Ragioneria non si vive, non si procede ma evidentemente le Aule del Parlamento sono fatte anche per l’impossibile.
Mi chiedo, signora Presidente, ma vale la pena per l’operazione di palcoscenico che non produrrà nulla perché si insabbierà al Senato e, se non si si insabbiasse al Senato, verrebbe dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale come è stato detto da tutti i costituzionalisti più avveduti, ma le sembra possibile produrre questo precedente attraverso una legge? Perché sapete cosa può accadere? Che se si introduce questo precedente di ricalcolare il passato attraverso la legge Dini, ossia applicando il sistema di calcolo contributivo per il passato, noi dovremmo ricalcolare le pensioni ad esempio dei signori giornalisti, dei pubblici dipendenti, degli altri organi dello Stato. Qui mi permetto di correggere la Presidente Boldrini, anche se non è presente: gentile Presidente Boldrini, non è che l’autodichia vuol dire capacità legislativa. Vivaddio gli altri organi dello Stato hanno autodichia ma non capacità di fare le leggi perché vivaddio le leggi le fa solo il Parlamento.
Ma ritorno al punto precedente, signora Presidente. Cosa succederebbe se si applicasse lo stesso principio orwelliano, modificare il passato, applicando il sistema di calcolo contributivo a tutto il mondo dei pensionati in essere a partire da quelli che hanno la loro pensione calcolata solo con il sistema retributivo? Succederebbe una cosa che qualcuno, il relatore in Commissione bilancio mi pare, ha definito “macelleria sociale”, cioè taglieremmo quelle pensioni del 20, 30, 40, 50 per cento. È questo il messaggio che quest’Aula vuole dare? La macelleria sociale?
Vale la pena, per uno straccio di palcoscenico, per non essere più ricattati dal MoVimento 5 Stelle su un problema, come dire, tutto sommato di bassa qualità, mettere in discussione principi fondanti della nostra democrazia e della nostra democrazia parlamentare? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre e che io pongo agli amici, ai colleghi del Partito Democratico, perché questa legge, se ho ben capito l’atteggiamento del MoVimento 5 Stelle, ve la voterete solo voi e pochi altri. Ve la intesterete, certamente, vi intesterete un obbrobrio, un abominio, un mostro. Un mostro che non approderà nulla, e qui l’ipocrisia, un mostro che si insabbierà al Senato, un mostro che verrà dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionale, se il Senato avesse la dabbenaggine di approvarlo.
Mi chiedo, signora Presidente, vale la pena dare questo messaggio al Paese, dividendoci, magari, qui, all’interno dei gruppi parlamentari, tra chi vuole stare con il vento e chi vuole stare in piedi, a riaffermare i valori della democrazia e della democrazia parlamentare? Vale la pena tutto questo, signora Presidente? No, non vale la pena. Dovevamo cambiare il metodo di calcolo per i vitalizi in queste Aule parlamentari nel 1996, con l’introduzione della legge Dini; lo abbiamo fatto nel 2012, ma lo abbiamo fatto. Perché tanto accanimento sui vitalizi in essere con le eccitazioni o con la violenza, la violenza dei giudizi che all’interno di quest’Aula e fuori di quest’Aula vengono rivolti contro la democrazia parlamentare? Vale la pena buttare via la nostra storia democratica, per che cosa, per uno straccio di palcoscenico?
Ecco, signora Presidente, io dico che non ne vale la pena; che, dopo una discussione di questo genere, ne usciremo tutti sconfitti, sia gli opportunisti ipocriti, che, per uno straccio di palcoscenico, fanno finta di volere il rigore, sia quelli come il sottoscritto, che può essere tacciato come difensore dei privilegi, e le assicuro che le cose non stanno in questi termini. L’istituzione parlamentare ne uscirà sconfitta, signora Presidente; per cui, chiedo un ultimo senso di riflessione a questa Assemblea. Pensiamoci, ripensiamoci: questa è una legge impossibile, questa è una legge mostruosa, questa è una legge ipocrita.
Questa è una legge che non merita la nostra storia di democrazia parlamentare.