“Anche la giornata di oggi sul mercato italiano dei titoli di Stato è iniziata in maniera molto negativa, con il rendimento sul BTP decennale salito a fino al 3,24%, vicino ai massimi toccati lo scorso maggio e con quello sul BTP a 2 anni lievitato fino al 1,194%. A questi livelli, i nostri titoli di Stato si avvicinano sempre di più a quelli della Grecia. Il paragone tra la crisi del debito italiano e la crisi del debito greco del 2009 non è affatto azzardato, se si pensa che a Wall Street molti analisti considerano ormai la volatilità sui titoli di Stato italiani paragonabile addirittura a quella di un paese emergente.
Sulla nuova ondata di vendite che ha colpito i nostri titoli di Stato pesa purtroppo anche il forte ridimensionamento del ruolo del ministro dell’Economia Giovanni Tria, che ha dovuto subire la linea dettata dai due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio sul rapporto deficit/Pil per il prossimo triennio, da scrivere nella Nota di Aggiornamento al DEF, di cui ancora, fra l’altro, non esiste alcuna bozza. Questa sconfitta lo renderà più debole anche nelle trattative con i partner europei, a partire dalla prossima riunione dell’Ecofin.
L’aver scelto di alzare l’asticella del rapporto deficit/Pil al 2,4% per i prossimi tre anni è stata una mossa che ha sorpreso anche gli investitori a Wall Street, che si aspettavano un comportamento decisamente più responsabile da parte del Governo italiano. Molti investitori americani che avevano investito nei nostri titoli di Stato si sono trovati infatti con forti perdite per i loro clienti. Una sorpresa dalla quale reagiranno allontanandosi dal mercato italiano, così come stanno facendo le principali banche tedesche, che stanno pian piano riducendo la loro esposizione nei confronti del debito italiano.
Chi non si può liberare, invece, dei BTP in portafoglio, sono le banche italiane, soprattutto Intesa Sanpaolo e Unicredit, dal momento che ne posseggono talmente tanti che farne a meno per loro è diventato impossibile. Se si rifiutano di acquistarli, infatti, alle prossime aste, nel tentativo di diminuirne la quantità detenuta, contribuiscono a diminuire la loro domanda e quindi abbassano il loro valore, a partire da quello dei titoli che hanno in portafoglio. Detenendoli in portafoglio, tuttavia, si espongono fortemente agli andamenti dello spread, il quale, se aumenta, fa diminuire il valore dell’attivo degli istituti, con conseguente perdita di capitalizzazione in Borsa. Il bisogno di nuovi capitali, renderebbe le banche scalabili dagli investitori esteri che sono gli unici, al momento, che dispongono di liquidità sufficiente per affrontare una ricapitalizzazione di quel livello”.