Se Atene piange, l’Europa si dispera. Gli ultimi faccia a faccia tra i Capi di Stato di Germania e Grecia si sono conclusi con dichiarazioni programmatiche sconsideratamente ottimistiche. C’è veramente poco da essere ottimisti.
Il dietrofront di Alexīs Tsipra, ora disposto (o meglio, costretto) a seguire le linee guida di Angela Merkel, è evidente: “I greci non sono fannulloni e i tedeschi non sono colpevoli dei malanni e delle disfunzioni della Grecia”.
Il vertice della settimana scorsa a Berlino tra la cancelliera tedesca e il premier greco si è concluso con un’intesa condivisa, la cui parola d’ordine per il futuro è una sola: cooperazione. Questo hanno scritto per giorni i giornaloni, ma si tratta di una forzatura.
Il risultato dell’incontro di ieri è invece meno nobile: constatato l’insuccesso della Troika e presa coscienza univoca di aver buttato circa 5 anni, la cancelliera ed il premier hanno cercato hanno cercato di porre le basi per un futuro di ripresa economica e sociale del grande malato d’Europa, che ancora oggi appare molto difficile. E pensare che la Troika era dietro l’angolo anche per noi, in particolar modo alla fine del 2014.
“C’è voglia di collaborare. Vogliamo che la Grecia sia forte, cresca e abbia lavoro. La Grecia ha bisogno di riforme strutturali e di un bilancio solido”, ha precisato la Merkel.
“Vogliamo rispettare i trattati, ma ci devono essere delle correzioni sul piano sociale. La Grecia ha alle spalle un programma di sostegno che non è stato una storia di successo e ha portato terribili risultati ed enormi problemi sociali”, ha ribattuto Tsipras.
Il Presidente della Bce, Mario Draghi, è fiducioso. Beato lui. Noi non lo siamo.
I dati, ahinoi, ci confortano. Secondo i calcoli di Bloomberg il buco nella casse di Atene si aggirerebbe intorno ai 3,5 miliardi di euro. Una voragine che metterebbe a repentaglio il pagamento regolare di pensioni e stipendi pubblici. Il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, si sarebbe impegnato, nell’incontro di giovedì con Tsipras, ad erogare circa 2 miliardi di euro per arginare l’emorragia sociale ed economica greca.
Tutto ciò mentre i depositi bancari residui di famiglie ed imprese elleniche diminuiscono vorticosamente (solo – 22 miliardi di euro negli ultimi 3 mesi) e mentre l’ultima fetta degli aiuti concordati con i creditori internazionali (circa 7 miliardi di euro) è bloccata in attesa dell’attivazione del processo delle riforme.
Il rischio default è sempre reale, la ripresa dell’Europa è passata da immaginaria ad immaginata. Non un granchè.
Ma si professa ottimismo da più parti.
Da Bruxelles Draghi ha ribadito: “I vantaggi del quantitative easing si stanno traducendo nell’economia reale. E’ vitale che i governi nazionali non reagiscano alla ripresa distraendosi e dimenticando le indispensabili, urgenti riforme strutturali”.
Tsipras rivendica i danni di guerra (che ammonterebbero ad 11 miliardi di euro), la Merkel lo blocca subito: questione chiusa.
Il popolo greco è dilaniato dalla spirale recessiva che da anni attanaglia il Paese.
Ma la questione ci appare abbastanza semplice: la Germania non è, o meglio, non vuole essere all’altezza del ruolo di cui l’Europa l’ha investita.
Il portafoglio è una variante che incide ancora troppo nelle mosse tedesche. E questo è un fardello che impedisce all’Europa di riprendere il volo. Volano solo i titoli tedeschi, al punto che la Bce fatica ad acquistarli sul mercato.
Per il resto, purtroppo, è ancora notte fonda. E il risveglio, ammesso e sperando che ci sia, sarà comunque brusco. Per la Grecia e per l’Europa.
Danilo Stancato
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