
«Mi vengono ancora i brividi. Pensavo fosse un gioco di appuntamenti saltati, divenne l’inizio di un incubo». Renato Brunetta, oggi presidente del Cnel, era a Bruxelles quel 29 maggio 1985, la notte della strage dell’Heysel: 39 morti (32 italiani), 600 feriti. Una piaga mai rimarginata. Era con Gianni De Michelis, allora ministro del Lavoro.
Professore, cosa facevate là?
«Eravamo in città per il semestre europeo di presidenza italiana. Gianni presiedeva la riunione dei ministri del Lavoro. Io ero il suo consigliere economico. Una giornata intensa, poi c’era quella partita come diversivo. Io non sono un grande tifoso, ma sa…».
De Michelis andò allo stadio prima di lei?
«Sì. Finita la parte formale, toccava a noi sherpa scrivere il documento finale in tre lingue. Gianni mi disse: “Vado, raggiungimi al secondo tempo”. Io restai. Lavoravamo con il bianchetto e la macchina da scrivere. Era un lavoro certosino, ma anche una routine collaudata. U clima era quello del dovere che si compie, al servizio del proprio Paese».
Poi?
«Salgo in macchina, la radio trasmette notizie confuse. Vedo gente che corre per strada. Il tassista suggerisce di lasciar perdere. Mi convinco: tanto la partita stava finendo. Ero affamato, andai al ristorante. Dovevamo trovarci tutti lì dopo il match. Una tavolata prenotata in un locale elegante del centro, dovevano esserci nomi importanti: Kissinger, Agnelli, diplomatici, giornalisti. Nessuno però arrivava. Io, nell’attesa, divorai tutti i grissini, da solo».
Quando ha capito che non era un semplice ritardo?
«Alle 23.30, poi mezzanotte, ancora niente. Torno in albergo, chiedo al portiere com’è finita la partita. E lui: “Ma si vergogni, con quello che è successo!”. Lì capii. Rimasi pietrificato. Era tutto il giorno che non toccavo cibo, che non dormivo. In quel momento ho sentito la fatica più grande: quella della coscienza che si sveglia bruscamente».
E De Michelis?
«Nessuna notizia. Provo a chiamarlo, nulla. Provo l’ambasciata, nulla. Temo il peggio. Era l’epoca in cui non esistevano i cellulari. Verso le tre, tre e mezza, finalmente mi chiama. Anche lui era in ansia: pensava che fossi io il disperso. Ci abbracciammo nella hall dell’albergo. Era stravolto, aveva gli occhi lucidi e il tono rotto».
Che cosa le raccontò?
«Che aveva visto tutto. Che si era trovato in mezzo a scene da incubo. Mi disse che a un certo punto, vedendo la polizia belga paralizzata, aveva tentato di dare ordini, indicazioni. Di aiutare. Ma un ufficiale lo minacciò: “O sta zitto o l’arresto”. Allora si qualificò. Era Gianni: deciso, intelligente, pronto all’azione. Non ho dubbi che così salvò delle vite. Molti tornarono a casa anche grazie a lui».
Nella sua ultima intervista prima di morire, rilasciata proprio al Corriere, Francesco Merloni di Ariston disse che si trovò negli spogliatoi con Boniperti e De Michelis. Boniperti non voleva giocare.
«Ci fu un conflitto. La gestione della polizia belga fu becera. La peggiore polizia del mondo. E c’erano carenze spaventose in quello stadio».
Come furono le ore dopo?
«Durissime. Ci svegliammo all’alba. Gianni organizzò subito un giro negli ospedali. Voleva vedere i feriti italiani, portare conforto. Li ricordo come fosse ora: teste fasciate, occhi persi, corpi senza scarpe. La calca aveva strappato tutto. Alcuni ci guardarono con riconoscenza, altri con dolore muto. Poi Gianni ebbe un’idea illuminante».
Quale?
«Eravamo arrivati a Bruxelles con un aereo militare, che ci aspettava per il rientro. Disse: usiamolo per riportare a casa i feriti che possono viaggiare. Tanto noi eravamo in tre. Fu tutto organizzato in poche ore. Arrivarono ambulanze, auto. Aiutammo a farli salire. Alcuni piangevano, altri sorridevano. Era commovente. Lo staff di bordo fu eccezionale».
Quante persone riusciste a riportare in Italia?
«Settanta, forse ottanta. Tutti con garze sulla testa, gattine da aereo ai piedi, occhi lucidi. Sembrava un pellegrinaggio, non un volo. A bordo distribuivo caramelle e parole di conforto. Atterrammo in sequenza a Milano, Torino, Genova, Firenze, Roma. Credo anche Napoli. A ogni scalo, c’erano famiglie ad aspettare».
Una scena toccante…
«Indimenticabile. Quando mettevamo piede a terra, c’erano abbracci silenziosi. Il dolore non faceva rumore, ma riempiva tutto. Io ero esausto. E Gianni, invece? Una volta a Roma mi disse: “Ti porto a casa”. Lo ringraziai. Poi gli chiesi: “E tu?”. Rispose sereno: “Ho una cena”. Aveva ancora energie. Un uomo straordinario».
Non ne avete mai più parlato?
«Mai. Troppo il dolore. Un peso che ognuno ha portato in silenzio. Era successo qualcosa che andava oltre le parole. Una ferita collettiva, ma anche profondamente personale».
Che immagine le resta, dopo quarant’anni?
«Un misto di buio e umanità. L’orrore e la reazione. La follia e la solidarietà. L’Heysel fu un trauma. Ma quella notte ci furono anche gesti luminosi, generosi, silenziosi. Conservo il dolore di quelle ore. Ma anche l’orgoglio di esserci stato. E di aver fatto, nel mio piccolo, la cosa giusta».
Ha più rivisto una partita?
«No, mai. Un paio di mesi fa, invece, per la prima volta sono rientrato in uno stadio. L’Olimpico a Roma. Mi ci hanno portato a margine di un evento. Ero io, da solo, nello stadio vuoto. Di una bellezza inimmaginabile».